Soft Cell: recensione di Danceteria

Soft Cell, Danceteria: la recensione dell’ultimo album di Marc Almond e Dave Ball, un congedo dedicato alla New York dei primi anni Ottanta.

Soft Cell

Danceteria

(Republic of Music)

synth pop, pop elettronico


Quarantacinque anni dopo Non-Stop Erotic Cabaret, i Soft Cell tornano là dove tutto era cominciato, a New York, per spegnere le luci per l’ultima volta. Danceteria è il sesto album in studio del duo e sarà anche l’ultimo.

Dave Ball ha completato le registrazioni il 20 ottobre 2025, due giorni prima di morire. Marc Almond, che da tempo temeva per la salute dell’amico, aveva già intuito che questo sarebbe stato l’ultimo capitolo. Dopo la scomparsa del compagno ha scelto di pubblicare il lavoro così come era stato concepito, rispettando la richiesta di Ball di non smontarlo a pezzi. Almond lo ha detto senza giri di parole: senza Dave non potranno esserci altre registrazioni dei Soft Cell, perché Ball era metà del gruppo e lui, al di là dei concerti, non è in grado di scrivere canzoni dei Soft Cell da solo.

Il titolo è una dichiarazione d’intenti. Il Danceteria era il leggendario locale di Manhattan frequentato dal duo nei primi anni Ottanta, mentre lavorava all’esordio Non-Stop Erotic Cabaret, e fu anche la sede della festa di lancio americana di quel disco. A New York i Soft Cell hanno registrato i primi tre album, e Almond descrive Danceteria come una lettera d’amore alla città di quegli anni e all’America di allora. È un ritorno al punto di partenza che chiude il cerchio a quarantacinque anni dall’esordio e a quattro dal precedente Happiness Not Included. Anche il metodo di lavoro ha qualcosa di simbolico: le basi sono nate nel nuovo studio londinese di Ball, la voce di Almond è stata registrata dall’altra parte del Tamigi, a Soho.

Come Non-Stop Erotic Cabaret, anche Danceteria è concepito come un ciclo di canzoni con un filo narrativo: una notte intera attraverso la New York più notturna e marginale, dal tramonto all’alba e di nuovo dentro il club.

Il racconto si apre con Elusive e con la title track. In Danceteria Almond rievoca le serate in cui Madonna cantava su basi ritmiche da stereo portatile, prima di diventare l’icona che conosciamo.

Si scende poi nella penombra di The Space Inside, la pagina più scura del disco, costruita su sintetizzatori di sapore rave. È ambientata nel Meatpacking District del 1981, tra locali per soli uomini in pelle e prostituzione transgender, in un quartiere che allora era il più buio della città e oggi è una vetrina dell’alta moda. Times Square è una storia vera: un pomeriggio in un cinema a luci rosse della 42esima strada davanti a un film dell’orrore, e poi l’uscita sotto la pioggia a ballare scalzi. The Rainbow Room, il brano preferito di Almond, ricorda invece una festa di compleanno nel ristorante al 65esimo piano del Rockefeller Center, sospeso sopra la città.

La notte poi si incupisce. Losing Yourself, What Is Your Morality e Crackland raccontano il lato chimico e autodistruttivo di quella stagione, con un’ambiguità che è sempre stata il marchio di fabbrica del duo. Gli ultimi due brani sono presenti solo su CD e in digitale, non sulla versione in vinile, che si ferma a dodici tracce. Al risveglio arriva Wave to America, un caffè del mattino e una corsa sulle montagne russe tra i luoghi comuni del sogno americano visto con gli occhi di due ragazzi inglesi.

Il disco si chiude tornando sulla pista con Out Come the Freaks. È una rilettura del brano dei Was (Not Was) con la voce di Nona Hendryx, scelta come primo singolo il 26 marzo. Dopo di lei sono arrivati la title track il 9 giugno, In Heaven (When I Dance with You) il 30 luglio e The Rainbow Room l’8 settembre.

La forza di Danceteria sta proprio nel rifiuto del lutto come chiave di lettura. Almond ha spiegato di aver cercato uno spirito di celebrazione. Nei testi non c’è alcun riferimento alla scomparsa di Ball, che aveva ascoltato il disco finito ed era consapevole della sua riuscita. Il risultato è un album che guarda indietro senza rinchiudersi nella nostalgia: la decadenza, la notte e i suoi eccessi tornano a essere materia viva, come ai tempi in cui i Soft Cell trasformavano il sudiciume di Soho e di Manhattan in canzoni pop. Non sarà un capolavoro all’altezza degli anni d’oro, e non pretende di esserlo. Però è un congedo coerente, elegante e affettuoso, il modo migliore per salutare uno dei sodalizi più importanti della storia del pop elettronico.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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