Andrea Laszlo De Simone: recensione di Una lunghissima ombra

Il ritorno del cantautore torinese Andrea Laszlo De Simone con Una lunghissima ombra, un album lirico, emotivo, che esplora le complessità dalle ombre della propria anima.

Andrea Laszlo De Simone

Una lunghissima ombra

(42Records)

alternative rock, rock d’autore


Tra le nuove leve del cantautorato italiano a livello di critica si è distinto con tre opere all’attivo Andrea Laszlo De Simone, musicista torinese che pubblica ora Una Lunghissisma Ombra. Nella primavera del 2025 questo lavoro era stato anticipato da un’opera audiovisiva di oltre un’ora colma di immagini e di sottotitoli impressi per portare ad una riflessione maturata in 12 canzoni e 5 brani strumentali.

Nato come percorso personale dell’artista nell’esplorazione della propria intimità fatto di dubbi, sensi di colpa, emozioni e meditazioni, questo viaggio musicale si insinua dove il lato oscuro della propria anima convive con le buone cose che rendono preziosa l’esistenza di un uomo. Una Lunghissima Ombra nasce da un periodo di grande incertezza del cantautore dopo la pandemia, quando nel 2021 De Simone aveva annunciato il ritiro dal palco, pur continuando a lavorare nella musica, allontanandosi dalla dimensione live per diverse ragioni: la prima come padre desideroso di stare vicino ai figli e vederli crescere (dedicando Per Te a sua figlia), la seconda per una poca affinità con il mondo musicale attuale e la sua già nota allergia al pubblico.

Infine, De Simone non è uno di quei musicisti interessati a diventare un’icona musicale, ma piuttosto a sperimentare e trasmettere la sua arte su disco. La sua volontà è stata sempre quella di concepire idee sonore per esprimersi, più che esibirsi in un concerto, e tra i suoi progetti è seguita la realizzazione della colonna sonora del film di Thomas Cailley, vincitore del più prestigioso premio francese, il Cesar, con Le Règne Animal.

La traccia che dà il titolo all’album ha avviato l’ispirazione ad una serie di composizioni di questo disco, incentrate dal passaggio da quell’oscurità interiore che ci adombra dalla realtà (introdotto nello strumentale Il Buio) a quella scia radiosa di buoni propositi che ci fa tornare vivi (Planando sui Raggi del Sole), elaborando il disco proprio grazie all’esperienza della pellicola di Cailley, inserendo alcune parti strumentali sotto il minuto tra le canzoni e infarcendo il resto dell’opera con archi e qualche innesto elettronico affatto ingombrante.

Gran parte del disco, dominato da un pianoforte dal ritmo lento, ondeggiante e quasi onirico, ma non scevro di gradevoli arrangiamenti a tratti anche ariosi, è incentrata nel raccogliere le apprensioni e i tormenti dell’animo umano attraverso brani densi di malinconia. Ma dalla melodia sognante, quella più vicina alle sonorità e agli andamenti nostalgici tipici della canzone d’autore anni 60 e quelli riflessivi alla Battiato, i cui brevi testi si muovono sugli affilati rasoi della memoria (Ricordo Tattile, La Notte, Aspetterò) in strofe lineari e poetiche.

Il personaggio di questo disco si sente un Colpevole che sa bene “Come brucia la nostra coda di paglia e la presunta innocenza”. E’ una lotta contro la propria coscienza che cerca delle giustificazioni per i propri comportamenti e pensieri (Quando) e tutto il tempo che si è perso cercando di capire situazioni difficili da accettare. Si cerca un amico per un conforto, per un appiglio, ma anche per chiedere aiuto. Si iniziano a comprendere le conseguenze di alcune scelte: “Ho perso il cuore ed un amico vero, ho perso tutti e non ho più nessuno, ho dato amore, ma non son stato sincero, ed ho mentito senza rimorso alcuno” canta in Un Momento Migliore.

Poi le sue canzoni incoraggiano a cogliere i momenti intensi della vita, goderne, seguire le proprie idee perché solo quelle ci regalano la soddisfazione di affrontare la realtà, i progetti, il vissuto. Emblematica in Planando sui Raggi del Sole l’apertura lirica con “E’ di nuovo mattina e inizi già a sentire un uragano in petto”. Sono canzoni, anzi Spiragli, che invitano all’accettazione di quel che siamo, tra il nostro essere delle brutte persone che aspirano a migliorarsi, desiderosi di tornare ad essere Quello che Ero una Volta.

Questo di Laszlo è un disco da ascoltare da soli, passeggiando nei campi autunnali o nei salotti scarsamente illuminati della sera. Un album, come diversi che ho recensito, di consapevolezza, di accettazione, dove forse per vivere meglio bisogna mettere da parte le ambizioni, accontentarsi un pochino e vivere felici di quei risultati che siamo riusciti a raggiungere. Musicalmente e liricamente De Simone non è tagliato per i miei gusti e per me questo album è distante da Ecce Homo, album di esordio decisamente molto interessante, ma è comunque un prodotto discografico di un artista sensibile, emotivo, capace di scavare a fondo. Mi auguro che i numerosi fans possano presto tornare a godersi le sue esibizioni dal vivo.

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