Alva Noto + Ryuichi Sakamoto: recensione di 12 Conversations

Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, 12 Conversations: la recensione dell'ultimo dialogo tra pianoforte ed elettronica, nato dalle sessioni di 12 del 2022.

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto

12 Conversations

(Noton)

elettronica, ambient, experimental


Ci sono dischi che arrivano con un peso impossibile da ignorare, e 12 Conversations è uno di questi. Uscito per Noton, l’etichetta di Carsten Nicolai / Alva Noto, l’album raccoglie gli scambi musicali che Ryuichi Sakamoto e Alva Noto si sono inviati tra novembre e dicembre 2022, pochi mesi prima della scomparsa del maestro giapponese, avvenuta il 28 marzo 2023. Chi si aspetta un epitaffio in musica, però, troverà altro: un laboratorio aperto, denso, dove il lutto resta sullo sfondo e in primo piano c’è ancora la voglia di cercare.

Per capire il valore di questo lavoro bisogna tornare al 2002, l’anno di Vrioon. Da lì prende forma la serie V.I.R.U.S., che comprende Vrioon, Insen (2005), Revep, utp_ (2008, registrato con l’Ensemble Modern) e Summvs (2011). Una formula riconoscibile fin dal primo ascolto: il pianoforte di Sakamoto, fatto di accordi lasciati risuonare a lungo, e l’elettronica di Nicolai, che lavora per sottrazione con impulsi, fruscii e frequenze pure. Negli anni il duo ha firmato anche la colonna sonora di The Revenant di Alejandro G. Iñárritu, con musiche aggiuntive di Bryce Dessner dei The National, e ha documentato la propria dimensione dal vivo con Glass, improvvisazione registrata dentro la celebre casa di vetro di Philip Johnson in Connecticut, dove i due applicarono microfoni a contatto alle pareti suonando l’architettura stessa, e con Two, testimonianza del concerto alla Sydney Opera House.

Le influenze dei due protagonisti spiegano molto di questo incontro. Sakamoto arriva da una formazione classica e non ha mai nascosto il suo debito verso Debussy, un’impronta che si sente nell’uso del pedale e nelle armonie sospese. Poi c’è il Sakamoto elettronico della Yellow Magic Orchestra con Haruomi Hosono e Yukihiro Takahashi, quello di Forbidden Colours con David Sylvian, l’autore di colonne sonore premiato con l’Oscar per L’ultimo imperatore, il compositore di async, pensato come la musica per un film immaginario di Andrej Tarkovskij, e il sodale di Christian Fennesz in Cendre.

Nicolai, nato a Chemnitz nel 1965, è prima di tutto un artista visivo, e la sua musica ne porta i segni: griglie, reticoli, l’errore digitale trasformato in materia estetica. È uno dei nomi di punta di quella scena che ha fatto del microsuono e del glitch una grammatica, con la serie Xerrox, il progetto Cyclo. insieme a Ryoji Ikeda, l’incontro con Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten nel progetto ANBB e i Diamond Version con Olaf Bender, arrivati ad aprire i concerti dei Depeche Mode. Un percorso che per chi ascolta darkwave, industrial e post punk è tutt’altro che estraneo.

Le registrazioni appartengono allo stesso periodo creativo di 12, l’ultimo album solista di Sakamoto, pubblicato il 17 gennaio 2023, giorno del suo settantunesimo compleanno, con brani intitolati come le pagine di un diario, dalla data in cui furono registrati. Questi scambi non erano pensati per diventare un disco: solo dopo aver chiuso 12 i due decisero di considerarli un’opera autonoma.

Nelle note di copertina Nicolai racconta che per molto tempo pubblicare questa musica gli è sembrato impossibile, perché la perdita era stata troppo improvvisa e il legame troppo profondo. Spiega anche che all’inizio ogni suo intervento sui materiali dell’amico gli pareva quasi fuori luogo, e che proprio quella fiducia reciproca permetteva di aggiungere, spostare e trasformare in modo radicale ma delicato. Nelle registrazioni, scrive, si sente un respiro pesante, ma il disco parla di continuità e curiosità più che di memoria. Uscire dall’archivio era il desiderio di Sakamoto, e questo album lo rispetta.

La scaletta conta sedici tracce per poco più di settantatré minuti, perché la nona conversazione è divisa in cinque parti. I titoli sono volutamente spogli, da Conversation 1 a Conversation 12, in linea con l’approccio diaristico di 12. I singoli che hanno anticipato l’uscita sono stati Conversation 3, pubblicato il 14 luglio, e Conversation 6, arrivato il 26 agosto.

Il cuore del metodo è chiaro fin dall’apertura: Sakamoto fornisce il materiale pianistico, Nicolai lo dilata, lo stratifica, lo riambienta. L’esempio più eloquente è Conversation 4, quasi nove minuti in cui Nicolai riprende 20220123, uno dei brani di 12, e lo rovescia: sotto il pianoforte ovattato di Sakamoto compare un bordone profondissimo nei bassi, le ripetizioni vengono moltiplicate dall’eco e accostate ad archi di sapore cinematografico e a piccoli segnali elettronici. È il punto in cui il dialogo diventa riscrittura, e dove si misura meglio la distanza da un semplice remix.

Conversation 7 è la traccia più lunga, oltre dieci minuti e mezzo, ed è l’unica a ospitare una voce, quella di Emma Maeda alle prese con un testo di Rainer Maria Rilke, Primal Sound, il breve scritto del 1919 in cui il poeta immaginava di far scorrere la puntina del fonografo lungo la sutura coronale di un cranio per ascoltare un suono mai esistito. Una scelta tutt’altro che casuale: è la stessa idea di suono come traccia fisica, come solco da decifrare, che attraversa da sempre il lavoro di Nicolai.

La suite Conversation 9 spezza il flusso in cinque frammenti, da Conversation 9 Part I a Conversation 9 Part V, che durano da meno di un minuto a poco più di tre, per circa otto minuti complessivi. Funzionano come appunti su un taccuino, idee lasciate volutamente aperte. Il disco si chiude poi con tre episodi più brevi, Conversation 10, Conversation 11 e Conversation 12, quest’ultima sotto i tre minuti, un congedo asciutto e privo di retorica.

Ed è proprio l’assenza di retorica il pregio maggiore dell’album. I due evitano il sentimentalismo che il contesto avrebbe reso facile e puntano sulla densità dell’atmosfera, sul peso di ogni risonanza, sul silenzio come parte integrante della composizione.

12 Conversations non aggiunge una formula nuova al catalogo del duo, e non ne aveva bisogno. È un documento prezioso e un disco riuscito, che dialoga con 12 come il suo rovescio elettronico e chiude con dignità una delle collaborazioni più importanti della musica elettroacustica contemporanea. Per chi ama Fennesz, l’ambient di Brian Eno e Harold Budd o le derive più contemplative della scena elettronica europea, è un ascolto necessario. Va affrontato con calma, magari in cuffia, lasciando che le risonanze facciano il loro lavoro.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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