Violent Scenes: recensione di Rebirth

Con Rebirth i Violent Scenes continuano la loro discesa in territori sognanti e spigolosi: per gli amanti del genere post-rock, questo è un disco da prendere senza indugi.

Violent Scenes

Rebirth

(Stand Alone Complex)

post-rock

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I Violent Scenes si inseriscono senza problemi nello smisurato, ma sotterraneo panorama del post-rock, genere che ha tanti adepti, ma che rimane sempre collocato in una sfera di nicchia che non lo fa debordare verso lidi più ampi.

È la bellezza, ma anche la limitazione di coloro che si avventurano in questi territori sognanti, ma allo stesso tempo spigolosi, che hanno bisogno di essere conosciuti con cura e parsimonia.

La band pugliese non si discosta da codesti dettami, visto che questo EP – Rebirth – ha tutte le caratteristiche che si confanno a chi è dentro all’universo post-rock.

In questo lavoro si trova tanta melodia, molta malinconia, ma anche un bel pugno di asperità che rendono l’ascolto sempre difficile e mai comodo. Il formato canzone, nella sua accezione più classica, viene sacrificato in favore di sonorità che potrebbero strizzare l’occhio a certi Radiohead, periodo ultimo, o a Noah Gundersen e questo è sicuramente un punto in più in favore dei ragazzi nostrani che non hanno paura a sperimentare e nell’andare oltre il classico esercizio di stile.

Basta dare un ascolto, ad esempio, a Unit: 02 per capire come non sia facile per nulla la proposta che viene data in pasto all’ascoltatore.

È musica di qualità, ma dall’alto tasso di difficoltà per quanto concerne la sua comprensione. Quello che vogliamo dire è che per ascoltare un lavoro del genere c’è bisogno di predisposizione, calma e tanta voglia di allenare l’orecchio su sonorità che possono definirsi semplicemente impervie.

Per chi ama, invece, ascolti easy, probabilmente ci sarà la necessità di virare oltre. Ad ogni modo, per gli amanti del genere post-rock, questo è un disco da prendere senza indugi.

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Francesco Brunale
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