Ulan Bator: recensione di Dark Times

Gli Ulan Bator con Dark Times ci trascinano in un viaggio sonoro poetico, malinconico ed introspettivo verso un futuro luminoso e diverso.

Ulan Bator

Dark Times

(Acid Cobra)

post-rock, noise-rock, kraut-rock


I francesi Ulan Bator tornano dopo otto anni di assenza con il loro nuovo lavoro Dark Times per trascinarci in un viaggio sonoro poetico, malinconico ed introspettivo verso un futuro luminoso e diverso.

Sono tempi bui, questi. Ce lo ripetono in modo ossessivo e ridondante le voci di Amaury Cambuzat e di altri artisti, in molte lingue tra cui il giapponese e l’italiano, oltre ovviamente al francese, idioma prescelto per sottolineare ed accentuare in modo ancora più profondo il senso di inquietudine che permea l’intero album.

Abbiamo dovuto attendere otto anni (Stereolith risale al 2017) per rivedere i tre artisti all’opera sotto il nome di Ulan Bator: Amaury Cambuzat (chitarra e voce), Mario Di Battista (basso) e Franck Lantignac (batteria e percussioni), ma l’attesa è stata ampiamente ricompensata da un lavoro che attesta e conferma la piena maturità e il desiderio della band di raccontare la realtà filtrandola e plasmandola attraverso i suoni.

Se negli album precedenti siamo stati abituati al post-rock atmosferico e all’ambient-rock, con Dark Times il trio franco-italiano si muove in direzione di noise-rock e kraut-rock, esplorando ritmi ossessivi e ripetitivi accentuati da quel senso di malinconia che pervade ogni brano e dai testi in francese che donano ai pezzi quel tocco di poesia che di certo non guasta.

Nelle dieci tracce che compongono l’album, Cambuzat e soci tentano di riportare alla luce le esperienze del sentire e delle emozioni umane, l’autenticità delle pulsioni e dei desideri, disintegrati ed annientati dalla velocità e dalla precarietà de nostri tempi, colmi di rapporti umani virtuali e dominati dagli algoritmi.

Dopo la title track Dark Times, si susseguono L’Impératrice, brano potentissimo ed ipnotico che strizza l’occhio al noise-rock, e Solitaire, il cui titolo richiama le tematiche di isolamento e precarietà che Cambuzat tenta di trasporre in musica, per far riflettere ed immaginare chi ascolta e per trascinarlo in mondi di scoperte e di misteri.

Non mancano, all’interno dell’album, brani melodici come Ravages, oscuro e toccante, tormentoso e cupo.

Dark Times si chiude con Mee(a)too, caratterizzato dal cantato sussurrato e tetro di Cambuzat, a cui segue un ritornello che apre in segno di luce e speranza a cui aggrapparsi per risalire la china del presente plumbeo in cui viviamo.

Anche nel 2025, gli Ulan Bator si confermano una delle band più interessanti e meritevoli del panorama della musica alternativa internazionale, dimostrando onestà intellettuale e zero voglia di scendere a compromessi.

A volte, come in questo caso, vale la pena attendere.

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