Tombstones In Their Eyes: recensione di Under Dark Skies

Tombstones In Their Eyes: Under Dark Skies, ovvero quando il rock psichedelico incontra la necessità di esorcizzare i propri demoni interiori.

Tombstones

Under Dark Skies

(Little Cloud Records / Shore Dive Records)

psichedelia, rock psichedelico


Quando il rock psichedelico incontra la necessità di esorcizzare i propri demoni interiori, il risultato può trasformarsi in un viaggio sonoro che trascende la semplice esperienza d’ascolto per diventare testimonianza di rinascita. È precisamente questo il nucleo pulsante di Under Dark Skies, il nuovo capitolo discografico dei Tombstones In Their Eyes, uscito il con il supporto congiunto di Little Cloud Records per il mercato nordamericano e Shore Dive Records per Regno Unito ed Europa.

Ciò che rende questo album particolarmente significativo va oltre la mera dimensione musicale. Under Dark Skies rappresenta la cristallizzazione di un periodo compreso tra metà 2023 e 2024, caratterizzato da quello che il frontman John Treanor definisce senza mezzi termini un completo crollo mentale. Le canzoni sono nate come strumento di ricerca, un tentativo di trovare forza, chiarezza e grazia mentre si annegava in vergogna, miseria e caos autoindotti.

La band di Los Angeles, nata un decennio fa dall’amicizia tra John Treanor e James Cooper, si è evoluta da progetto di scambio di demo tra due amici d’infanzia separati geograficamente in una formazione a pieno titolo. Oggi il collettivo include Stephen Striegel alla batteria, Courtney Davies e Clea Cullen alle voci, Phil Cobb alla chitarra e Nic Nifoussi al basso. A questi si aggiunge la presenza spirituale di Paul Boutin, chitarrista scomparso a metà ottobre 2025 dopo una battaglia contro il cancro, la cui impronta permea l’intero album.

Per comprendere l’universo sonoro dei Tombstones In Their Eyes occorre tracciare una mappa delle coordinate che ne definiscono l’identità. L’influenza degli Spacemen 3 è palpabile nell’approccio minimalista e ipnotico, dove le ripetizioni diventano mantra capaci di indurre stati alterati di coscienza. La componente desertica e sabbathiana ereditata dai Kyuss emerge nelle distorsioni granitiche e nei riff che sembrano evocare paesaggi aridi e ostili.

Il debito verso il Brian Jonestown Massacre si manifesta nell’attitudine lo-fi e nella capacità di fondere psichedelia anni Sessanta con sensibilità alternative contemporanee, mentre l’ombra dei Jesus and Mary Chain aleggia nelle texture di feedback controllato e nella dialettica tra melodia e rumore. L’architettura compositiva più ambiziosa trova invece ispirazione nei Pink Floyd, con particolare riferimento alla loro capacità di costruire narrazioni sonore dilatate e cinematografiche.

Non va trascurata l’influenza degli Electric Wizard, che conferisce all’insieme quella pesantezza doom-oriented capace di rendere la psichedelia più oscura e minacciosa. Il risultato è un suono che bilancia momenti di delicata rarefazione con esplosioni di distorsione catartica, creando un contrasto dinamico che mantiene alta la tensione emotiva.

Dal punto di vista tecnico, Under Dark Skies beneficia della collaborazione con Paul Roessler ai Kitten Robot Studios di Los Angeles. Roessler, figura leggendaria della scena punk e new wave californiana con trascorsi in The Screamers e collaborazioni con Nina Hagen e 45 Grave, porta la sua esperienza nel catturare suoni organici e viscerali. La sua produzione privilegia l’autenticità rispetto alla perfezione asettica, permettendo alle imperfezioni di contribuire al carattere complessivo dell’opera.

Il mastering è stato affidato ad Alex DeYoung, ingegnere pluripremiato noto per lavori con artisti del calibro di Michael Jackson, BTS e The Linda Lindas. Il suo intervento garantisce che la dinamica venga preservata, evitando la compressione eccessiva che spesso affligge le produzioni moderne. Le chitarre mantengono la loro grana sporca e sabbiosa, il basso funge da collante ritmico senza mai risultare invadente, mentre la batteria di Striegel alterna groove ipnotici a esplosioni di energia controllata.

Elemento distintivo è l’utilizzo delle armonie vocali femminili di Davies e Cullen, che aggiungono una dimensione quasi corale alle composizioni. Il loro apporto non è ornamentale ma strutturale, creando contrappunti melodici che amplificano l’impatto emotivo dei brani. Anche Roessler contribuisce con tastiere e cori, arricchendo la palette timbrica senza appesantire l’insieme.

Under Dark Skies stabilisce immediatamente il tono cupo e contemplativo dell’opera. Il brano procede con un incedere lento e ipnotico, costruendo tensione attraverso l’accumulo progressivo di layer sonori. Le chitarre disegnano paesaggi desolati mentre la voce di Treanor naviga tra vulnerabilità e determinazione.

You Never Have to Love Me rappresenta uno dei momenti più accessibili del disco, con una struttura quasi pop nascosta sotto strati di distorsione. Il contrasto tra la dolcezza della melodia vocale e l’asprezza delle chitarre crea una tensione emotiva particolarmente efficace. Il basso pulsante di Nifoussi funge da ancora ritmica mentre le armonie femminili aggiungono profondità al ritornello.

Alive and Well emerge come dichiarazione di intenti, feroce e sfidante contro ogni aspettativa. Inizialmente destinata ad essere accantonata dopo la morte di Boutin, è diventata invece tributo al chitarrista scomparso. Il brano parla di risorgere da circostanze disperate con rinnovata forza, tema che Boutin stesso aveva incarnato nella propria vita. La sua chitarra è ben presente nella traccia, testimonianza tangibile del suo contributo artistico.

I’m So Happy Today potrebbe trarre in inganno con il titolo apparentemente ottimista, ma il contesto musicale suggerisce una lettura più complessa e stratificata. L’ironia implicita nel titolo viene sottolineata da una strumentazione che alterna momenti di apparente leggerezza a sezioni più cupe e minacciose, riflettendo l’ambiguità delle emozioni umane.

Better Somehow chiude il percorso con una nota di speranza guadagnata attraverso il dolore. Il brano rappresenta il punto di arrivo di un viaggio che ha attraversato territori emotivi pericolosi per approdare finalmente a una forma di pace interiore. La produzione lascia spazio a respiri e silenzi, permettendo alle note di risuonare con maggiore impatto emotivo.

La componente visiva di Under Dark Skies è stata affidata alla visione artistica di Francesca Bonci, creatrice italiana nota per collaborazioni con figure del calibro di Collin Hegna dei Federale, Peter Holmström dei Dandy Warhols e Rachel Goswell degli Slowdive. Il suo approccio alla videoarte privilegia atmosfere oniriche e surreali, perfettamente complementari alla dimensione psichedelica della musica.

I video per Alive and Well e per la title track Under Dark Skies traducono in immagini il percorso emotivo dell’album, creando narrazioni visive che amplificano l’impatto delle canzoni senza mai risultare didascaliche. L’estetica della Bonci bilancia elementi vintage con sensibilità contemporanea, riflettendo la stessa dialettica presente nella musica tra radici storiche e urgenza attuale.

Il nucleo tematico di Under Dark Skies ruota attorno ai concetti di redenzione e guarigione. Treanor è esplicito nel descrivere l’album come freccia puntata verso la speranza, testimonianza che anche nei momenti più oscuri è possibile trovare la forza per muoversi verso la luce. La vita è disordinata e gli esseri umani commettono errori, a volte terribili, ma ogni momento offre una possibilità di riscatto.

Questa dimensione catartica rende l’album particolarmente potente non solo come esperienza musicale ma come documento umano. Le canzoni contengono dolore, paura, forza e speranza in proporzioni variabili, riflettendo l’autenticità di un percorso interiore reale. La musica diventa forza curativa, strumento attraverso cui elaborare traumi e costruire nuove fondamenta emotive.

La perdita di Boutin aggiunge uno strato ulteriore di significato. Il chitarrista è descritto come persona gentile, generosa, intelligente e sempre ottimista, qualcuno per cui essere nei Tombstones In Their Eyes era fonte di orgoglio e gioia. La sua presenza nell’album diventa eredità spirituale, promemoria che la musica può trascendere la mortalità fisica per continuare a vivere nell’esperienza di chi ascolta.

Uno degli aspetti più interessanti di Under Dark Skies è la sua capacità di risultare accessibile senza compromettere profondità e complessità. Le melodie vocali fungono da guide attraverso texture strumentali che potrebbero altrimenti risultare impenetrabili, creando un equilibrio tra immediatezza e stratificazione.

La band ha imparato a dosare momenti di intensa sperimentazione con sezioni più dirette e immediate, costruendo un flusso narrativo che mantiene alta l’attenzione senza mai risultare estenuante. È un equilibrio difficile da raggiungere nel rock psichedelico contemporaneo, dove la tentazione di indulgere nell’auto-compiacimento è sempre in agguato.

Under Dark Skies si configura come opera matura e necessaria, testimonianza di come il rock psichedelico possa ancora funzionare come veicolo di catarsi personale e comunicazione emotiva autentica. Va oltre la nostalgia per i classici del genere per offrire una visione contemporanea, informata tanto dalle radici storiche quanto dall’urgenza del presente.

Per chi conosce già i Tombstones In Their Eyes rappresenta l’apice di un percorso artistico coerente e sempre più raffinato. Per i neofiti offre un punto d’ingresso ideale in un universo sonoro che bilancia peso e delicatezza, oscurità e speranza, complessità tecnica e immediatezza emotiva. La dimensione autobiografica conferisce all’album una vulnerabilità rara, rendendo ogni ascolto un’esperienza emotivamente coinvolgente.

In un panorama dove il rock psichedelico rischia spesso di scadere nel revival manierista o nell’esoterismo fine a se stesso, Under Dark Skies si distingue per autenticità e urgenza comunicativa. Un lavoro che conferma i Tombstones In Their Eyes come una delle realtà più interessanti della scena californiana contemporanea, capaci di onorare le proprie influenze senza esserne schiacciati, di parlare di dolore senza autocommiserazione, di offrire speranza senza retorica vuota.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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