The Shadow Majlis: recensione di Majlis The Departure

Da Toronto il suono magico e lacerante di The Shadow Majlis, dream team di lusso tra leggende della musica contemporanea e artisti d'eccellenza accolti da ogni parte del mondo.

The Shadow Majlis

The Departure

(Factor)

world music, alternative, post-punk

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Ali Jafri, al comando dei The Shadow Majlis, filtra il suo dolore attraverso le trame di un disco toccante che squarcia i portali di una nuova dimensione.

Ci sono dischi che viaggiano al di sopra della semplice creazione sonora, ci sono dischi capaci di attraversare l’anima, superare i confini di questa vita terrena e proiettare chi ascolta in un’altra dimensione, ci sono dischi che trafiggono il cuore da parte a parte lasciando tracce di sangue che mai si coagula perché i dolori profondi non si possono cancellare.

Ma dalla tragedia, anche in ambito letterario, prendono vita le produzioni più intense, introspettive e segnanti ed è proprio dalla tragedia personale di Ali Jafri che nasce The Departure, album del super gruppo The Shadow Majlis costruito su una ingombrante esperienza emotiva tradotta in musica con un mix di post punk, intuizioni orientali e tribalismi afro per uno stile neo-globale alternativo completamente fuori dagli schemi.

Nel periodo più buio della sua vita, Ali Jafri raccoglie a sé una serie di musicisti e riversa la sua disperazione in questo disco divenuto il mezzo con il quale ha trovato la forza di guardare in faccia la cruda realtà affrontando a viso aperto il suo nuovo status, quello di un padre costretto a piangere la morte di suo figlio, Oisín di soli sette anni, scomparso nel settembre 2022 dopo una battaglia durata nove mesi contro una forma altamente aggressiva di cancro al cervello, la conseguente fine del suo matrimonio e la condizione, seppur transitoria, di homeless.

La ripresa è stata lunga e faticosa ma questo progetto allargato e pronto ad accogliere i suoni ed i colori del mondo è stato per Jafri una sorta di mano tesa, una medicina, un porto sicuro dove chiunque può trovare sollievo e conforto.

Mazdur (il primo singolo) significa lavoratore, cosa che mi è venuta in mente mentre osservavo quanto fosse difficile per Oisín combattere la sua battaglia persa contro il cancro….ho scelto di far mutare la canzone attraverso i diversi stili che intreccia, dalla chitarra classica al dub reggae finendo con l’industrial e i suoni MRİ, molto duri da sopportare per Oisín. Esistere era diventato un duro lavoro per lui ma non aveva perso il sorriso. Era avvolto da una grazia evidente, l’abbiamo vista come una costante durante tutto il cambiamento. Lo sogno a volte, è sempre aggraziato,” spiega Ali Jafri che aggiunge “…la parte industrial del finale di Mazdur è stata ispirata dagli Skinny Puppy, incontrati durante le nostre sessioni, ci sembrava un buon modo per chiudere la “mutazione” più lontana possibile dalla sua forma originale, il finale stesso era un buon posto dove stipare l’angoscia provata da me e da Oisín, quelle voci meccaniche dicono “We come to leave”, frase ricorrente nel disco, divenuta poi un concetto base”.

 

La band, fondamentalmente composta da Ali Jafri (vocals, guitars, bass VI, electric sitar, percussion, programming, synthesizers, electronics, solfeggio pipes), David Bottrill (backing vocals, electronics, synthesizers), David J (Bauhaus/Love and Rockets) al basso e Rakesh Tewari (Jaffa Road, The Special Interest Group) alla batteria e percussioni si avvale della collaborazione di ospiti illustri come Oisin e Oscar Adams-Jafri, Selmanpak Ayduz, Anne Bourne (Loreena McKennitt, Jane Siberry), Mark Gemini Thwaite (The Mission, Peter Murphy, MGT, Tricky, Gary Numan), Zayn Jafri, Kerem Koktas, Pankaj Mishra, Ravi Naimpally, Sasha Singer-Wilson, Soriah, Ravi Naimpally (Niyaz, Constantinople) e Olena Tsybulska.

Registrato a Toronto, Los Angeles, Portland, Istanbul, Kiev e Islanda The Departure riesce a fondere la musica alternativa con una vasta gamma di strumenti multiculturali e l’uso di tanti idiomi come l’urdu, il farsi, l’arabo, l’islandese, l’ucraino e naturalmente l’inglese, David J definendolo un lavoro riuscitissimo dichiara “Credo che ci siano alcune tracce e alcuni momenti che fungono da portali verso un’altra dimensione…” ed è quello che, nel mio piccolo, ho pensato e penso anche io.

Dopo un breve intro di campanelli si accede alla sfera onirica di un mondo intimo e incantato, The Way Home suona proprio come una ninnananna sussurrata alla fine del giorno, una sorta di homecoming con tanto di suoni tribali e suggestioni esotiche pronte a  sfociare nell’altrettanto tribale e suggestiva Love in Flames dal profetico cantato lontano fino alla world music a tutto tondo della sublime Savage Castaway.

Quando partono le prime note di Mazdur il mio cuore si ferma, le accompagno alle immagini di un video dove tra accattivanti immagini di animazione, appare Oisín, il bellissimo bimbo di Ali ed è impossibile trattenere le lacrime, al canto sofferto si uniscono con perfezione assoluta le chitarre dilanianti, l’eccelso basso ovattato, la batteria quasi jazzata per una deviazione continua tra affascinanti esotismi e cambi di tempo tra demi ballad, trip hop, dub reggae e industrial rivisitato, il testo è quanto di più commovente possa uscire dalla bocca di un padre distrutto per la scomparsa del proprio figlio “Dove sei andato? Ti cerco in ogni cosa e se ti troverò non ti lascerò andare…quando sono solo ti sento chiamare, quando sono solo so che sei vicino a me, in campo siamo insieme ma è solo un sogno…”.

Ma il prodigio non è ancora finito, una dietro l’altra arrivano la ultravoxiana Deer In The Headlights, che sorprende per il suo approccio arioso e gli imprescindibili tribalismi,   l’intimismo cosmico della evocativa Swallowed By The Sky e l’intensità assoluta di I Remember, resa ancor più magica e straziante dal cello di Anne Bourne.

Chiudono due tracce di impareggiabile bellezza, Beshno Az Ney (We Come To Leave), dove Ali sposa la voce celeste di Sasha Singer-Wilson in un toccante costrutto arabeggiante e la title track interpretata da una splendida Olena Tsybulska, siamo davvero alle porte del paradiso.

The Departure degli Shadow Majlis è un disco immenso, uno di quelli che lasciano il segno, per sempre.

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