The Damned
I’m not like everybody else
(earMUSIC)
rock and roll, punk
La tredicesima prova in studio dei The Damned coincide con un album di cover. Il disco raccoglie dieci brani che attraversano la storia del rock, dagli Animals ai Lovin’ Spoonful, dai Creation a Iggy Pop & The Stooges, fino ai Pink Floyd e ai Kinks.
Si parte con There’s a Ghost in My House, originariamente firmata da R. Dean Taylor, che suona come un classico pop-punk anni Settanta, con influenze rock’n’roll e glam. Buoni i cori, anche se manca quel guizzo che ha reso memorabile la storia della band londinese.
Segue Summer in the City, rivisitazione muscolare del celebre brano dei Lovin’ Spoonful, a loro volta debitori del surf dei Beach Boys. Il risultato è piacevole, ma piuttosto prevedibile.
Spazio poi ai Creation, storica band del mod revival, con Making Time, qui riletta in chiave power pop e punk da Dave Vanian e soci. Il ritmo c’è, ma manca quell’urgenza che le band originali del revival britannico sapevano sprigionare con naturalezza.
Chissà cosa ne penserebbe la “Iguana” del rock’n’roll di Gimme Danger: la cover degli Stooges, pur non essendo disastrosa, resta interlocutoria. Il tocco dell’organo Hammond e il giro di basso funzionano, ma non bastano a far decollare davvero il brano.
See Emily Play dei Pink Floyd conserva un minimo di verve psichedelica nonostante il filtro punk-rock: il phaser sulle chitarre aggiunge fascino, anche se il confronto con l’originale resta impietoso.
La title-track I’m Not Like Everybody Else dei Kinks, invece, non raggiunge né la forza né l’urgenza della versione firmata dai fratelli Davies. Qui si poteva fare decisamente meglio.
Arrivano poi Heart Full of Soul degli Yardbirds e When I Was Young degli Animals: la prima sorprende per un inedito sapore western, insolito per Vanian e compagni; la seconda scivola via rapidamente e, al netto di un energico assolo di chitarra, lascia poco il segno. Bene, ma non benissimo.
Il disco si chiude con un tributo ai Rolling Stones, The Last Time, probabilmente il momento più riuscito dell’album: il riff di chitarra sostiene con efficacia una ritmica solida e un andamento rock convincente.
In definitiva, considerando la storia e la statura dei The Damned, forse ci si aspettava qualcosa di più. Ma trattandosi di un disco di cover e tenendo conto di una carriera lunga e autorevole, l’operazione si lascia ascoltare. La bellezza, però, è un’altra cosa.
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