Simple Minds Live in Roma, Atlantico, 7 novembre 2009 (live report)

Simple Minds in concerto, ovvero come una band di cinquantenni riesce ancora a fare il battere il cuore dei fans. Con canzoni immortali e con (imperfette) emozioni sincere

Simple Minds

Roma, 7 novembre 2009, Atlantico

live report

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simple-minds_live2009Stasera non ci sono capelloni o criniere cotonate, semmai ci sono chieriche alla francescana (naturali come solo il trascorrere del tempo sa produrre), forti stempiature e tante capigliature sale e pepe, quel grigetto affascinante che ha fatto la fortuna di Clooney, anche se l’attore americano non è dotato delle pancette prospicienti che solo anni e anni di fettuccine possono donare. E le ragazze non sono come al Palaeur ventiquattro anni fa, vestite di nero e ricche di pizzi & merletti: stasera non hanno il tailler ma … poco ci manca.

Ad affollare – anche se non riempire completamente – i 2700 posti dell’Atlantico, stasera c’è un pubblico di quarantenni-e-oltre, gli stessi a cui i Simple Minds fecero battere il cuore di ragazzi, provocandogli sussulti a ogni nuova uscita. In tanti addirittura non hanno neanche sentito Graffiti Soul, l’ultima fatica delle menti semplici scozzesi: non importa, siamo tutti qui per cantare insieme, ancora una volta, l’interminabile sequenza di la lalalaaa lalalaaa di Don’t You Forget About Me, l’ultimo rito pagano della prima generazione flagellata dai contratti a progetto e dal precariato.

Il set di luci è quello del tour di tre anni fa, semplice ed efficace; l’acustica dell’Atlantico, nonostante la lunga chiusura, i lavori e l’impianto nuovo, è davvero pessima; nessuno spinge nelle prima file, ma al primo let me see your hands di Jim Kerr 4000 mani si alzano immediatamente al cielo.

L’intro è affidata alla strumentale Theme For Great Cities, su cui i “nostri” cominciano a suonare Sanctify Yourself, canzone spesso affidata a finali di concerto col botto e che invece stasera è proposta in apertura, ad incendiare al fulmicotone un pubblico comunque già caricato a molla e pronto ad esplodere in cori, applausi, urla di gioia, mugolii di piacere e grugniti di stupore. Perché la scaletta proposta, assemblata per celebrare trenta anni di attività più che per promuovere il recente album, di sorprese ne ha riservata più di qualcuna.

I Travel, Sons and Fascination, In Trance As Mission, The American: arrivano dal passato remoto dei Simple Minds, mandano in brodo di giuggiole i tanti veri fans della prima ora presenti, passando invece nell’indifferenza di chi invece questa immarcescibile band l’ha conosciuta a metà degli anni ’80, ai tempi del Live Aid e della loro leggendaria esibizione di Philadelphia.

In East at Easter Mel Gaynor sbaglia un cambio di tempo con la sua batteria, trascinando Charlie Burchill (chitarra) in alcuni secondi imbarazzanti; Charlie, dal canto suo, sbaglia un’entrata del ritornello in Rockets e costringe tutti a ricominciare da capo Light Travels, dall’ultimo album e proprio stasera suonata per la prima volta dal vivo. Incidenti che non scalfiscono minimamente la potenza emotiva di due ore di puro spettacolo, di musica ad altissimi livelli.

Senza indugiare nella macchina da guerra composta da Gaynor e Duffy (batteria e basso), instancabili nella produzione di ritmiche ora ipnotiche e ora squisitamente rock, o nei ceselli proposti dalla delicata chitarra di Burchill e dagli inserti di piano del nuovo arrivato Gillespie, inviterei tutti i presunti aspiranti cantanti di X-Factor a guardare (e ascoltare) alla moviola quello che il nonnetto Jim Kerr fa durante Moscow Underground, ovvero un vero e proprio esempio da manuale di vocalizzi sfruttando le variazioni di distanza dalla bocca del microfono.

Insomma, tra sorprese e classici di sempre (New Gold Dream su tutte, col testo leggermente cambiato) i Simple Minds hanno per l’ennesima volta dimostrato di essere autori di parecchie decine di canzoni senza tempo e senza età, che hanno convinto e divertito anche i più giovani presenti all’Atlantico; hanno dimostrato soprattutto che significa fare un concerto col cuore, perlopiù fregandose della tecnologia e lasciando che sul palco trasudi l’anima e l’amore per la musica di un gruppo che di farsi mettere da parte proprio non ne ha voglia. Lunga vita ai Simple Minds.

Setlist (Roma, 7 novembre 2009, Atlantico):

  1. Theme For Great Cities
  2. Sanctify Yourself
  3. I Travel
  4. Waterfront
  5. East At Easter
  6. Moscow Underground
  7. Rockets
  8. Street Fighting Years
  9. Sons And Fascination
  10. The American
  11. See The Lights
  12. In Trance As Mission
  13. Someone Somewhere In Summertime
  14. Somebody Up There Likes You
  15. Once Upon A Time
  16. One Step Closer
  17. Don’t You (Forget About Me)
  18. Let It All Come Down
  19. New Gold Dream (81,82,83,84)

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  1. Light Travels
  2. Alive And Kicking
  3. Stars Will Lead The Way
  4. Belfast Child
  5. She’s A River

I Simple Minds al Live Aid (1985)

I Simple Minds a Roma (7 novembre 2009)

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Massimo Garofalo
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Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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