U2: Songs of experience

U2

Songs of experience

(Universal)

rock, pop

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recensione u2 songs of experienceA tre anni dal precedente lavoro in studio, Songs of innocence, gli U2 pubblicano il suo gemello, Songs of experience, a completare un progetto che prende il nome dall’opera di William Blake.

In copertina, due “figli di”, per l’esattezza il figlio di Bono e la figlia di The Edge, in un ideale passaggio di consegne alla prossima generazione.

Canzoni dell’esperienza, quella che la band irlandese ha da vendere e che sa sapientemente usare soprattutto nella scelta dei singoli, ma anche esperienze di vita vissuta che negli anni fanno di noi ciò che siamo.

Già, perché all’ascolto del primo singolo uscito per radio You’re the best thing about me, neanche i fans storici del gruppo si sono strappati i capelli. Diciamocela tutta, un bel pezzo, perfettamente in linea con la produzione passata, che proprio per questo puzzava di già sentito. Niente di male, intendiamoci, ma da Bono e soci ci si aspetta sempre qualcosa di più.

Il successivo Get out of your own way ha continuato a cavalcare l’onda, con quei giri di basso/batteria ormai diventati un marchio di fabbrica. Anche il tentativo di strizzare l’occhio alla scena contemporanea con il finale affidato a Kendric Lamar non portava comunque a sperare che questa nuova release potesse contenere qualcosa di un po’ più spinto.

Poi però esce l’album, che di tracce ne ha 13, e le cose cambiano. Se la scelta dei singoli è ideale dal punto di vista dell’airplay, andando a scavare in profondità ci si trova davanti a un disco diverso, nel quale i quattro cercano di scrollarsi di dosso quell’etichetta di interventismo a tratti irritante che vuole Bono prossimo premio Nobel per la pace, variando un po’ i suoni e gli schemi classici e dando ai propri pezzi un’allure contemporanea, che – va detto per dovere di cronaca – per molti si avvicina troppo ad altre band del calderone mainstream per risultare efficace.

L’intro affidata alla combo Love is all we have left e Lights of home è spiazzante: voce effettata nel primo, folk corale nel secondo, si discostano decisamente dai due brani successivi, ovvero i due singoli. American soul è l’immancabile invettiva all’America di oggi, rock, urlata, sulla quale è impossibile restare fermi. Lo stesso dicasi per Red flag day dove il basso di Adam Clayton e la voce di Bono Vox la fanno da padroni. Il finale perde forse un po’ di smalto, con le ballad in puro stile U2 The little things that give you away, Love is bigger than anything in its way e 13 (There Is a Light).

La versione deluxe aggiunge un remix di Ordinary love, scritta per il film su Mandela, Book of your heart dal sapore di inizio secolo, e due rivisitazioni di brani presenti nell’album, ovvero la versione di Lights of home con gli archi e quella di You’re the best thing about me ad opera di Kygo.

Al di là di tutto, degli U2 va premiata la tenacia. Fedeli a loro stessi, cercano di produrre musica con una certa ciclicità e di farlo mettendo ogni volta tutti loro stessi nelle liriche e nelle sonorità. Giunti all’età della maturità, hanno ancora la voglia di cercare strade nuove, tendendo la mano alle giovani leve per imparare come attrarre schiere di nuovi proseliti.

Ma come per tutte le band storiche, con un glorioso passato e dischi che hanno fatto la storia, è giusto pretendere di volta in volta l’ennesimo capolavoro?

Non possiamo limitarci ad accettare la bontà di un prodotto senza dover per forza ricorrere a un (quasi sempre impietoso) confronto?

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