Statale 35: Azrael

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Statale 35

Azrael

(Estasi Records)

noise, indie, rock

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recensione statale 355 brani nel 2015, 5 brani oggi, e così che i milanesi Statale 35 pubblicano i propri lavori attraverso un altro Ep intitolato Azrael. Si tratta di un quintetto di brani rock cupi dalle sonorità oscure e un metal etereo. Questa seconda prova affronta la tematica della paura e del dolore che turbano il lato oscuro dell’animo umano, le fughe da ciò che non si comprende, un appeal sonoro fatto di penombre sospese, con l’intenzione di temperare emozioni crepuscolari attraverso una musica greve e arcigna.

Le canzoni sono delle soffici ed incorporee maree ipnotiche, coadiuvate da buone ritmiche, arpeggi misurati e distorsioni curate nei dettagli. In diversi passaggi si rievocano i Marlene più delicati e prosaici e le chitarre ti lasciano la sensazione di quella piacevole inquietudine sonora fatta di piccoli riff noise che ti persuadono ad ascoltarne ancora e ancora. Quindi fin qui direi che si raggiunge la sufficienza e avrei atteso piacevolmente un lavoro intero della band milanese.

Il problema risiede nell’approccio vocale troppo melodrammatico e lineare, che ahimè ammazza il muro sonoro fin qua costruito. Cantato che funzionava nei gruppi di quel dark rock italico degli anni ottanta, per chi seguiva quel tipo di proposta luttuosa e decadente. Se da un lato i testi sono buoni così come le già citate linee musicali di questi cinque brani, la voce appare labile, transitoria e fa fatica a far crescere ogni singolo brano, non fosse per quei momenti robusti dove le chitarre penetrano con un certo vigore. Anche la prova di Lunga Attesa dei Marlene Kuntz, brano costruito da zero nel contest proposto dalla band cuneese prima dell’uscita dell’omonimo album, non è proprio riuscitissima.

Sicuramente gli Statale 35, singer in testa, hanno la capacità di produrre brani interessanti, le chitarre come detto mi sono piaciute parecchio e lo confermano Estasi e L’Ira di Stan presenti nel precedente lavoro, ma è assolutamente necessario fare un passo indietro al microfono per non rimanere confinati a suonare in pochi locali solo per il piacere di salirci ogni tanto, su quel palco.

 

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