Dogstar: recensione di All In Now

All In Now, quarto album dei Dogstar di Keanu Reeves, è un album alt rock che analizza il dolore e i ricordi invitando a prendersi le proprie responsabilità nel percorrere con convinzione la strada scelta.

Dogstar

All In Now

(Dillon Street Records)

alternative rock, post-grunge


DogstarConosciuta come la band dell’attore Keanu Reeves, il power trio Dogstar pubblica il nuovo album All In Now, della durata di 37 minuti distribuiti su 12 tracce alt rock, compatte e prive di fronzoli o moderne sovraproduzioni che ruotano attorno all’idea di farsi carico del proprio destino.

L’incontro tra Reeves e il collega Mailhouse avvenne in un supermercato di Los Angeles nel 1991 quando l’attore notò la maglietta dei Detroit Red Wings indossata dal batterista chiedendogli se avesse bisogno di un portiere per giocare a hockey. Nacque quindi un’amicizia e la voglia di Reeves di destreggiarsi con il basso. Per qualche anno Gregg Miller si era messo al microfono, poi il posto lo prese il chitarrista e cantante Bret Domrose subentrando con la pubblicazione dell’album di debutto Our Little Visionary nel 1996.

L’attenzione del progetto li fece catapultare sui palchi dei Bon Jovi e David Bowie, seguendo diverse esibizioni nei Festival di fine anni 90, un tour vero e proprio e il secondo disco Happy Ending prima della pausa ventennale, fino al ritorno in scena con un terzo album nel 2023, Somewhere Between the Power Lines and Palm Trees, pubblicato tramite la propria etichetta, la Dillon Street Records, scontentando i fans per l’indirizzo più easy listening e commerciale, album che venne anche promosso con un concerto al Primavera Sound che vi raccontammo qui.

Alla produzione di questa nuova fatica c’è ora Nick Launay, uno che ha lavorato tra i tanti per David Byrne, Silverchair, Nick Cave e Killing Joke, che ha spazzato via la patina più pop della band imprimendo un’energia grezza e un suono sporco rispetto al passato, e infatti fin dalla traccia d’apertura (Math) il nuovo disco mette in mostra il giro di basso corposo e profondo di Keanu dal ritmo incalzante: lui fa il suo senza virtuosismi, sa tenere il tempo anche dal vivo, ha una buona presenza scenica da attore consumato (passatemi la battuta) ed è sempre stato umile nel riconoscere che lui è solo un musicista appassionato, non accademico, ma istintivo, capace di suonare con gusto, mestiere e autenticità.

Punch the Sky è decisamente il brano migliore e probabilmente qui il timbro vocale di Domrose rende bene nelle melodie sopra i groove solidi della sezione ritmica. Shards of Rain descrive il dolore per la rievocazione dei ricordi, come se in un computer fossero stati corrotti i file di sistema, ma poi si cerca di riparare cercando il supporto adeguato, Joy evoca un lungo viaggio notturno in auto attraverso una città buia mentre ci si allontana dalle macerie di una relazione. Domrose non suona grandi assoli, ma i semplici riff come in Siren forgiano tappeti di atmosfera che rendono le tracce godibili.

A parte The Whisper che cattura una certa drammaticità, le altre tracce spaziano da situazioni più sognanti e malinconiche a momenti più ariosi e solari come This Sphere, brano sull’amore descritto come uno scudo impenetrabile contro le avversità. L’album si muove su messaggi piuttosto semplici, diretti e talvolta scontati, tra momenti sognanti alt rock e toni più amari, cupi e introspettivi come in Shards of Rain o la canzone di chiusura Wing, brano che affronta la fine dolorosa di una relazione e la difficoltà di lasciar andare la persona amata.

Il nuovo lavoro dei Dogstar è senza pretese da parte di una band che ama suonare per il piacere di farlo, e che ha la fortuna di non dover cercare denaro per poterselo permettere. Certamente non rimane impresso a lungo perché le canzoni finiscono per essere ripetitive, onestamente non saltano alle orecchie per le doti canore e riff memorabili ma è comunque un album gradevole.

Sito web: dogstarofficial.com 

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