rOMA: la recensione di 1982

Le spine della vita infliggono ferite lancinanti: in 1982 rOMA racconta di rapporti personali, sentimenti, solitudini e perdite tra cinismo e noise rock.
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rOMA

1982

(Overdub Recordings)

alternative rock

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rOMA recensione 1982Vincenzo Romano, in arte rOMA, dopo il debutto solista di 4 anni fa di Solo Posti in Piedi in Paradiso, ha pubblicato il suo secondo album dal titolo evocativo 1982, disco di otto canzoni rock. È un lavoro incentrato sulle ferite inferte dalle Spine della vita, “Le spine sono i ricordi, le parole che fanno male, l’indifferenza”, spiega l’autore di questo disco nato proprio in quell’annata.

L’artista di Eboli ha iniziato ventanni fa a suonare con diverse band prima di decidere di dedicarsi ad un suo percorso solista, e grazie a questa sua avventura negli anni passati ha aperto i concerti per Omar Pedrini, Filippo Gatti, Daniele Silvestri, Steve Wynn, Giorgio Canali e Bugo.

Il disco parte con un brano carico di energia, Luce, dove rOMA dichiara che “una cosa è vera se la dici almeno 10 volte” ed è meglio che gli occhi non vedano niente, che non ci si farà male. Le otto tracce firmate rOMA, raccontate a volte con cinismo, parlano di rapporti tra le persone spesso finiti con incomprensioni e compromessi da accettare per non rimanere da soli. Come in Tranquillo, personaggio nascosto in una stanza la domenica, di quelle che non finiscono mai, tra ore vuote, ansiolitici e autoerotismi consolatori di un amore difficile da spiegare.

E se la scelta è quella di star bene con se stessi quando gli altri creano barriere, ecco che in Piccoli Momenti di Lucidità si immagina un ipotetico viaggio verso Marte in Panda per sfuggire a questa prigionia del conformismo sociale perché non si diventi abitudinari. “Stringiamoci più forte che il mondo casca e salteremo con gli occhi gonfi e le mani in tasca.”

In Splendere, un altro giorno è finito a puttane contenendo i sentimenti, portando sulle spalle i pesi degli altri, e talvolta viene voglia di ricominciare zero, magari mettendosi alla ricerca della bellezza (Venere). Le canzoni di 1982 trasmettono la voglia di uscire dalla negatività del momento, abbracciando quel sound alt rock vicino alla propria anima. Il lavoro del musicista scorre via fluido e senza sbavature, dove la chitarra distorta riesce anche a creare melodie sinuose dai suoni noise accattivanti.

Questo lavoro è stato scritto in un paio di mesi, ben prima dell’esplosione della pandemia, nato con un’urgenza di raccontarsi che è evidente traccia dopo traccia in questo lavoro sincero e immediato. Vincenzo Romano non nasconde di essere stato tentato di avvicinarsi a sonorità più easy, brani più semplici da sentire e senz’altro più commerciali, per trovare più facilmente la strada per ottenere maggiore successo. Ma poi in Vincenzo ha prevalso la sua coerenza artistica, il cuore e l’intimità, le idee, la voglia di esprimere se stesso.

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Luca Paisiello
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