Mataleòn: Metamorfosi

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Mataleòn

Metamorfosi

(Autoproduzione)

alternative metal

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https://youtu.be/FYXzVUtN4_4

Mataleòn- MetamorfosiEccoci alla scoperta dei milanesi Mataleòn, band che apprezzo per svariati motivi: cantano in italiano, alzano il volume dell’ampli e soprattutto esordiscono con un concept album di dieci canzoni, Metamorfosi, imbucando subito una strada coraggiosa, raccontando stati d’animo, malesseri ed inquietudini che portano ad un cambiamento positivo.

Quartetto originario di Sesto San Giovanni nato 5 anni fa ma proveniente dai Pornology, il battesimo dei Mataleòn è avvenuto con il precedente Ep tutto in italiano, Prospettiva di un’Idea, prodotto da Olly degli Shandon, in cui carburano sonorità robuste, pesanti, impetuose e testi laceranti. In questo nuovo album non solo l’ossatura sonora di stampo metal adottata fin dall’inizio è rimasta immutata, ma si è lavorato sul filo conduttore del mutamento e del rinnovamento.

Un reading d’introduzione dell’attore e doppiatore Mario Zucca fa la sua premessa al tema dell’album, ma immediamente arriva un assaggio delle sonorità dei Mataleòn con il brano John Locke, che cita il famoso personaggio di Lost capace di abbracciare il cambiamento: “non siamo così soli in questo mondo sterile, l’isola forse mi guarirà”. Partiti: ritmo implacabile, atmosfere plumbee e un ritornello brillante ed ottimista che si congiunge a una melodia seducente cantata insieme a Max Zanotti, singer e fondatore di Deasonika/Casablanca, roba da pelle d’oca.

È una bella botta di alternative rock con sonorità che strizzano l’occhio ad Alter Bridge, Tool, i nostrani Neodea o addirittura i Timoria più estremi di 2020 (il restare chiusi in Elliot così simile nelle liriche a Speedball). La voce di Tommaso Di Blasi colpisce particolarmente per la sua pulizia e non degenera mai negli urlati, seguendo linee vocali piuttosto melodiche. I riff brucianti di Andrea Giuliani alla chitarra, intervallati dalle digressioni cadenzate di Daniele Bocola alla batteria, fanno percepire una miscela ben ponderata di atmosfere metal che ben si sposano con l’attitudine cantautorale nostrana. Il disco è autoprodotto, ci hanno messo anima ed energia come dimostra il lavoro al basso di Manuel Schiavone che imprime una potenza micidiale ai 10 brani.

In Metamorfosi troviamo narrate vicende umane che si intrecciano in una Milano e Dintorni soffocante, come la protagonista bipolare di Carrie, ispirati dall’omonimo personaggio della serie Homeland interpretato da una magistrale Claire Danes. Tematiche dolorose, musiche drammatiche, toni arrabbiati che i Mataleòn adoperano per invitarci ad emergere dal buio grazie alla ricerca della fiducia nel prossimo e, prima di tutto, in se stessi. Se John Locke è certamente la mia preferita, Castello di Carte potrebbe sembrare un rempitivo, non fosse che il brano va a rappresentare il muro mentale da sbriciolare, risollevandosi nel finale con una coda prog metal.

Insaporiscono il disco il trombettista Paolo Fresu che si sbizzarrisce in Downtown, e il violinista Simone Rossetti Bazzaro che mette i brividi nella sognante Blue, facendo bella coppia nell’assolo con il chitarrista Andrea. Non è semplice esordire con un album di tale spessore, ma i Mataleòn denotano una non comune personalità e si approcciano alla musica con l’idea di una narrazione complementare: fare un disco non è solo mettere insieme dieci pezzi, ma unirli possibilmente ad un comune denominatore, e questo a me piace moltissimo.

Dico metal, in realtà è un disco di rock italiano “pesante” dalle sonorità moderne circondato da melodie piuttosto orecchiabili, che non dargli un ascolto sarebbe un peccato mortale. Forse mancano un paio di brani più solari e tirati, ma probabilmente sarebbero stati fuori luogo nell’atmosfera generale del disco. Come inizio non è male, per me questi quattro musicisti hanno la capacità di stupirci, già solo leggere le influenze musicali dei singoli componenti fa capire che non hanno bisogno certo di lezioni. Io sto già aspettando il prossimo lavoro.

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