Anjou: Epithymia

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Anjou

Epithymia

(Kranky)

ambient

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recensione Anjou- EpithymiaSecondo lavoro per Mark Nelson a nome Anjou. La nuova fatica si chiama Epithymia e manda in soffitta la vecchia ragione sociale Pan American e – allo stesso tempo – fa ritrovare il “nostro” con Robert Donne degli indimenticati Labradford, entrambi ora in combutta con Steven Hesse (sempre dei Pan American).

Siamo alle prese con un’ambient tanto raffinata quanto “vecchia scuola”: non bastano infatti pochi glitch per scrollarsi di dosso le influenze di colossi quali Tangerine Dream e Popol Vuh.

In realtà Epithymia vive del dualismo Nelson – Donne, il primo tutto preso a far riverberare poche note di chitarra, il secondo a vomitare texture di synth morbide come carta vetrata.

Intrusioni di trombe, drones come se non ci fosse un domani, musiche fatte e pensate non per sonorizzare un ambiente, ma per creare un contesto in un ambiente: gli Anjou incappano nel difetto di essere un po’ troppo cerebrali, seppure Artisti con la maiuscola e d’alta classe.

Seppure Epithymia è un disco tutto tranne che perfetto, l’augurio è che il rinnovato sodalizio rimanga ancora a lungo in piedi e che non ci facciano penare altri tre anni per una nuova avventura sonora.

 

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About Massimo Garofalo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock. Parola d'ordine: curiosità. Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)
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