A Classic Education: Call it Blazing

L'attesissimo debutto degli A Classic Education arriva finalmente nei nostri cataloghi musicali, dimostrandosi in grado di soddisfare appieno le aspettative di un pubblico di ampie vedute (internazionali)

A Classic Education

Call it Blazing

(Cd, Lesfe /  La Tempesta International)

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A Classic Education- Call it BlazingChe vi piaccia o no, il debutto degli A Classic Education è un concentrato puro di indie rock. L’attesissimo Call It Blazing sintetizza perfettamente questi ultimi anni di indie rock e pop, snocciolando influenze e riferimenti per i cultori del circuito indipendente. Il disco è un trampolino di lancio verso il panorama internazionale, dove il genere non è una nicchia ristretta soggiogata da musica pop e mainstream da reality. Se siete amanti di Drums, Strokes, Local Natives, Dum Dum Girls, Franz Ferdinand (giusto per citarne qualcuno) non potrete non apprezzare questo debutto.

Call it Blazing è un album nato dal concept del bagliore, l’epifania come rivelazione sotto forma di scatti fotografici, in questo caso quelli del libro di fotografie in bianco e nero di Danny Lyon trovato da Clancy, leader della band. Un concept che si snoda come una avventura on the road iniziata dopo due EP e un successo non solo italiano, quanto più internazionale. Questa band ibrida di Bologna, formata da italiani e canadesi, dal 2010 lavora con l’etichetta californiana Lefse Records, oltre che con la Tempesta.

In Call in Blazing lo psych-pop di influenze anni 60 degli ACE è spesso oscurato da toni più lo-fi, grezzi alla Mazes (Can You Feel The Backwash, Billy’s Gang Dream) o smorzato da del vero e proprio dream pop con vena sperimentale, che nelle sue tinte più delicate ricorda molto i Local Natives (Forever Boy) o si spinge su un baroque più frammentario, accompagnato da violini (Place A Bet On You). Gustoso l’esperimento più surf di Baby, It’s Fine e la più cupa Grave Bird, di cui sicuramente si compiacerebbero i Black Keys. Meno convincente è il pop più malinconico di Terrible Day e gli echi di Gone to Sea, che alla lunga si disperdono, mentre ottima riscoperta la nostalgica Spin me Round, brano con sorpresa finale. C’è anche un po’ di brit pop, che pervade la maggiorparte dei brani ed accompagna anche la chiusura di Night Owl, degna del più contemplativo Alex Turner.

Un album godibile ed altamente apprezzabile per gli amanti della tag “indie”, in grado di riconoscere citazioni (volute e non) e sonorità disparate, e di godere le diverse sfaccettatture di un viaggio così complesso. Un viaggio che non finirà con lo stivale, ma ha come meta destinazioni estere, dove potrà essere apprezzato pienamente.

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Fabiana Giovanetti
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