Butcher Boy: Helping Hands

Tornano dopo due anni i Butcher Boy del poeta John Blain Hunt con un alt pop malinconico e sognante da non lasciarsi sfuggire

Butcher Boy

Helping Hands

(Cd, How Does it Feel to Be Loved?)

alt pop

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Butcher Boy: Helping HandsIl fatto che John Blain Hunt sia stato un poeta-artista prima di imbracciare la chitarra ha sicuramente contribuito a dare quel tocco di lirismo che caratterizza il sound dei Butcher Boy. Alla terza uscita con Helping Hands, il gruppo promette una buona dose di indie pop, senza farsi mancare una schiera di ottoni e una varietà di richiami notevole.

Il germe del progetto si instilla negli anni 90, quando Hunt ancora si esibisce in performance artistiche nella zona di Glasgow e scrive canzoni con gli amici. I Butcher Boy nascono però qualche anno dopo, nel 2005, sul palco del Royal Air Forces Association Club. Nel 2007 pubblicano per la piccola etichetta londinese “How Does It Feel To Be Loved?” l’esordio Profit in your Poetry, per poi cavalcare l’onda e registrare l’anno successivo il sophomore, React or Die (il quale uscirà per la stessa etichetta nel 2009). Sempre accompagnati dalla “How Does it Feel”, i Butcher Boy tornano prima con il singolo Imperial nell’agosto 2011, e poi con Helping Hands, una raccolta di dodici brani malinconici, che alternano accenni elettronici, l’alt-pop dei primi Belle and Sebastian e l’indie chamber degli Smiths.

Fin dall’apertura di J for Jamie gli ottoni si impongono al pari degli altri strumenti, iniziando un gioco che sarà accentuato in brani come la sognatrice Bluebells  e Whistle and I´ll come to you, in cui chitarra e synth si alternano creando una atmosfera intima. Non mancano elementi più folkloristici, che in un salto al passato abbracciano tanto la musica popolare (The Day our Voices Broke) quanto il rock and roll degli anni 50 (I am the Butcher). La voce gioca con gli strumenti, i quali non si trattengono in brani più vivaci e brillanti (Imperial, Russian Dolls, Your Cousins and I) o nella solenne Parliament Hill.  Si torna ad atmosfere più malinconiche nella title track (che ricorda gli ultimi Elbow) e la ballad finale, la strumentale Every other Sunday. 

I Butcher Boy tornano con un indie pop in grado di unire le tendenze più recenti al classico alt pop anni novanta, in un album perfetto per questo periodo di stallo, in cui l’autunno tarda ad arrivare, nonostante se ne percepisca la sottile malinconia.

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Fabiana Giovanetti
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