Prelude to Desire: recensione di Lost Desires

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Prelude to Desire

Lost Desires

post-rock, ambient

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Prelude to Desire recensionePrelude to Desire è il nuovo progetto del padovano Luke Warner, al secolo Luca Guarnieri già attivo in ambito musicale come cantante e musicista della electro dark band Barafoetida e voce dei Painful Happyness di chiara derivazione alternative metal.

Il mini album Lost desires contiene cinque tracce sospese ed impalpabili tra suggestioni ambient, darkwave e forti echi post rock che ricordano le atmosfere di band seminali della scena internazionale come God is an Astronaut, Sigur Ròs e Mogwai e segna l’esordio di un musicista capace di smuovere il tessuto emozionale di chi ascolta.

Lost Desires è un insieme di colori, visioni, emozioni mescolate a paesaggi incantati e terre desolate. È la luce, ma allo stesso tempo l’oscurità, un caldo abbraccio ma anche un gelido addio.

La composizione dei brani, rigorosamente strumentali, utilizza synth e piano come base di partenza per poi fondersi ed arricchirsi con trame di chitarra, basso e batteria. Luca prende ispirazione dalle band di riferimento rock/shoegaze, dai film visionari di Lynch (ma non solo) e dalle pitture visionarie di Francisco Goya, William Blake e Johann Heinrich Füssli traducendo le immagini in tappeti sonori lievi e sognanti sui quali si poggiano, in tempi e modi diversi, moti di speranza e cupa consapevolezza di un mondo non affine ai più sensibili.

Ci si libra in volo sui panorami idilliaci di Air, traccia d’apertura che ripete in loop un refrain dolcissimo affogato nella totalità destabilizzante dell’orchestrazione di fondo per poi cadere nei sogni ma soprattutto negli incubi indecifrabili della sufficientemente cupa In a dream.

La title track racconta di occasioni perdute chissà perché in uno stagno di ricordi, desideri non realizzati ed immancabili rimorsi mentre Decaying flowers traccia con una palpabile malinconia il percorso di una vita che spesso non siamo in grado di vivere e governare. La precarietà della nostra esistenza, la caducità delle umane cose, l’inconsistenza del nostro passaggio terreno, sono lì a ricordarci il valore intrinseco racchiuso nel segreto della nostra venuta al mondo.

Chiude Kodama con una delicatezza inaspettata. Kodama nella tradizione giapponese è uno spirito che dimora in alcuni alberi, inizialmente era un kami (divinità della natura) capace di spostarsi da un albero all’altro ma rappresenta anche un suono, si pensava infatti che fosse loro divertimento imitare le voci umane, nel fitto delle foreste, creando degli echi. Ecco, in Kodama si respira il Giappone con la sua forte simbologia di  contemplazione capace di trasmettere serenità, pace, senso del sogno e del meraviglioso. Kodama è la traccia che preferisco, forse proprio per l’abilità evocativa di materializzare l’incanto di un mondo così diverso dal nostro.

È un disco ispirato quello del progetto Prelude to Desire che mi fa sperare sia solo l’antipasto di una cena più corposa.

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