Pinhdar: recensione di A Sparkle On The Dark Water

A Sparkle On The Dark Water è il nuovo, incantevole, album dei Pinhdar. Un'intima riflessione sul significato dell'esistenza umana su un magnetico tappeto di elettronica, trip hop e dream pop.

Pinhdar

A Sparkle On The Dark Water

(Fruits de Mer Records)

trip hop, dream pop, electro

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Quando si incontra il talento lo si fiuta da lontano e come accade per certi profumi, delicati ma persistenti, se ne segue la scia fino ad inalarli appieno e farli nostri, per sempre.

Metafora perfetta per i Pinhdar (nome ispirato al poeta greco Pindaro, uno dei maggiori esponenti della lirica corale e sinonimo di estro immaginifico), duo composto dalla cantante ed autrice Cecilia Miradoli e dal musicista e producer Max Tarenzi, già fondatori della rock band Nomoredolls e del festival internazionale A Night Like This, che tornano sul mercato con A Sparkle On The Dark Water, prodotto da Max Tarenzi e mixato da Bruno Ellingham (già collaboratore di Massive Attack e Portishead), un disco intenso e fiabesco appena uscito su Fruits de Mer Records.

Quando infatti, nel 2021, ebbi tra le mani il loro disco d’esordio, Parallel prodotto con Howie B, mi resi conto di trovarmi di fronte ad un prodotto nuovo (almeno per l’Italia), qualcosa che andava oltre la scrittura e la trasposizione musicale perché oltre ad una grande ricerca stilistica c’era una voce limpida e cristallina, una voce intonatissima e mai slabbrata, una voce capace di incantare esattamente come le famose sirene di Ulisse ma, al lavoro mancava qualcosa, qualcosa che al momento non riuscivo bene ad identificare.

Forse era l’anima, quella che invece non traspare ma sfacciatamente emerge da questa seconda, mirabile prova in full-lenght, il duo milanese prosegue senza dubbio un percorso artistico peculiare ma abbandona in parte il minimalismo cosmico del passato stratificando il suono in una perfetta fusione di ritmiche profonde tipiche del trip hop, chitarre darkwave, riverberi dream pop e una fascinosa elettronica sintetica legata insieme a doppio filo alla voce di Cecilia non più in primo piano ma immersa in toccanti paesaggi onirici, splendida nel canto tradizionale, sublime nello spoken word.

Il nuovo disco appare come un’intima riflessione sul significato dell’esistenza, ci si interroga sul cieco cammino dell’umanità e su quanto si possa lavorare per accendere una scintilla di speranza nelle acque torbide in cui il pianeta Terra sta inesorabilmente sprofondando.

Così ci si tuffa nella morbida ed eterea In The Woods con il suo racconto di problematici rapporti interpersonali, nella dolce malinconia di Home, una sorta di ritorno a casa, nell’affascinante sospensione di Little Light dal sapore portisheadiano, metafora di salvezza attraverso gli occhi di chi ti sta accanto e la pienezza sonora di Murderers Of A Dying God che suona come l’urlo del pianeta Terra contro l’uomo, colpevole della sua lenta agonia.

E ancora la splendida Humans, primo singolo estratto, che osserva l’orizzonte con uno sguardo più indulgente nei confronti dell’umanità destinata a sfiorire come rose, la rotonda Solanin, ispirata all’omonimo manga seinen di Ino Asano, descrizione certosina di crudeltà e solitudini all’interno di una metropoli dove gli uomini sono come gocce di pioggia nella tempesta, Frozen Roses allegoria di un presente immobile in cui riecheggiano voci e colori di un passato ormai distante e perduto.

Come sempre lascio per ultima la mia preferita, Cold River, brano sull’ironia della vita capace di rimescolare le carte da un momento all’altro lasciandoci attoniti e a volte disarmati di fronte agli eventi, il consueto garbo dei Pinhdar qui si macchia di ombre minacciose e torbidi loop ipnotici in netto contrasto con armoniose linee vocali, passi sussurrati e controcanti celesti.

Con una delle più suggestive copertine degli ultimi anni, opera del pittore e musicista londinese James Johnston (fondatore dei Gallon Drunk e collaboratore di Nick Cave and The Bad Seeds, Lydia Lunch ed altri), A Sparkle On The Dark Water convince fino in fondo e consacra i Pinhdar come band di riferimento per il trip hop made in Italy.

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