NewDad
Altar
(Fair Youth)
indie, post-punk, shoegaze, dreampop
Poco più di un anno e mezzo dopo l’acclamato disco d’esordio Madra, i NewDad di Galway tornano con Altar, un secondo lavoro che conferma la maturità artistica del trio irlandese e consolida la loro posizione nella rinascita contemporanea dello shoegaze. Julie Dawson, Sean O’Dowd e Fiachra Parslow hanno creato un album che è tanto una riflessione intima quanto una dichiarazione di intenti, esplorando le contraddizioni del successo e il prezzo della crescita personale.
Con Altar, il trasferimento dalla natia Galway a Londra diventa il fulcro narrativo dell’album, trasformando la nostalgia da semplice sentimento in una forza creativa potente e catartica. La metafora religiosa del titolo non è casuale: Altar diventa così un rito di passaggio musicale, dove ogni brano rappresenta un momento di questa complessa liturgia emotiva.
Dal punto di vista sonoro, Altar segna un’evoluzione significativa rispetto al predecessore. Le chitarre non vengono più “inghiottite” dal riverbero ma risultano “scolpite”, mantenendo l’atmosfera eterea tipica del genere ma con una definizione maggiore che avvicina il suono a territori più accessibili.
Le influenze dei NewDad affondano saldamente nelle radici dello shoegaze classico: Cocteau Twins, Slowdive, ma anche i Cure. Il trio irlandese rielabora il DNA di questi giganti degli anni ’80 e ’90 con una freschezza generazionale che evita la mera nostalgia. I Cocteau Twins, in particolare, rappresentano una bussola fondamentale: come Elizabeth Fraser utilizzava la sua voce come strumento aggiuntivo creando atmosfere oniriche, così Julie Dawson costruisce paesaggi sonori dove la melodia vocale si fonde organicamente con le texture strumentali.
Gli Slowdive, pionieri indiscussi del genere, forniscono il modello per l’utilizzo sapiente di riverberi e delay, mentre l’eredità dei The Cure si manifesta nella capacità di bilanciare malinconia e energia, creando brani che sono contemporaneamente introspettivi e coinvolgenti.
Altar si apre con Other Side, dove I think of where I’d like to be – anywhere but here stabilisce immediatamente il tono di disagio esistenziale che permea l’intero lavoro. Il cuore pulsante dell’album è rappresentato da brani come Roobosh, (Hate that every day is the same/and it’s too late for you to change your ways, cit.): è qui si manifesta la crescita artistica più evidente, ovvero la capacità di trasformare la frustrazione in energia pura senza perdere la raffinatezza compositiva.
Dal punto di vista tecnico, Altar dimostra una maturità compositiva notevole: Sean O’Dowd sviluppa un linguaggio chitarristico che sa essere tanto delicato quanto aggressivo, mentre la sezione ritmica di Fiachra Parslow fornisce pattern che – irresistibilmente – costringono l’ascoltare a battere il piedino.
La voce di Julie Dawson merita un discorso a parte: la fragilità emotiva di Sinhead O’Connor combinata con l’energia alternative delle Kim Deal, creando un suono che è inequivocabilmente irlandese ma universalmente comprensibile.
Altar si inserisce perfettamente nella rinascita dello shoegaze contemporaneo, distinguendosi per la capacità di innovare senza tradire le radici del genere. I NewDad evitano la trappola di molte band moderne, che privilegiano l’atmosfera rispetto alla struttura compositiva.
Altar non è un esercizio di pura atmosfera. Ogni brano mantiene una solidità strutturale che rende l’ascolto gratificante sia per i neofiti che per gli appassionati del genere.
Altar rappresenta un passo avanti significativo per i NewDad, consolidando la loro reputazione come una delle realtà più promettenti del panorama alternative irlandese, pur mancando l’obiettivo di piazzarci dentro un singolo memorabile.
Con Altar, i NewDad dimostrano che lo shoegaze non è un genere ancorato al passato, ma una forma espressiva in continua evoluzione, capace di dare voce alle ansie e alle speranze di una nuova generazione.
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