Just Mustard: recensione di We Were Just Here

Con We Were Just Here i Just Mustard hanno creato un'opera che trascende il semplice revival nostalgico per affermarsi come contributo originale e vitale al canone della musica rumorosa e visionaria.

Just Mustard

We Were Just Here

(Partisan Records)

shoegaze, post-punk, noise


Il terzo capitolo discografico dei Just Mustard segna un’evoluzione significativa nel percorso artistico del quintetto irlandese di Dundalk, che con We Were Just Here abbandona parzialmente la claustrofobia sonora degli esordi per abbracciare una dimensione più aperta e vibrante, pur mantenendo intatta quella tensione emotiva che ne ha definito l’identità.

Katie Ball, David Noonan, Mete Kalyoncuoğlu, Rob Clarke e Shane Maguire costruiscono il loro universo sonoro attingendo alla tradizione del shoegaze britannico, con riferimenti espliciti a My Bloody Valentine, Slowdive, Lush e ai Cocteau Twins, ma l’approccio dei Just Mustard si distingue per una maggiore aggressività ritmica e per quella particolare capacità di fondere la distorsione chitarristica con elementi di matrice industriale e kraut-rock.

La traccia omonima rappresenta il centro gravitazionale dell’album, posizionandosi idealmente lungo una traiettoria che connette i Joy Division agli LCD Soundsystem: i bassi profondi e riverberi oscuri della prima band dialogano con il battito disco della seconda, creando un ibrido affascinante dove l’ipnosi motorik incontra la pulsazione della club culture contemporanea.

La produzione autonoma della band, affinata dal lavoro di mixaggio di David Wrench – collaboratore di FKA Twigs e Frank Ocean – permette al disco di prosperare attraverso un continuo gioco di tensioni e rilasci, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza mai soffocare gli altri.

L’apertura affidata a Pollyanna esplode con una violenza sonora che ricorda i My Bloody Valentine nella loro fase più esuberante, mentre Endless Deathless costruisce un inferno chitarristico sopra un beat irresistibilmente ballabile: è proprio questa dicotomia tra rumore e danzabilità a definire gran parte dell’appeal dell’album.

La sezione ritmica risulta particolarmente efficace in Silver, dove la batteria di Shane Maguire sprigiona un’energia quasi febbrile, stratificata con battiti sintetici che evocano l’immagine di un inseguimento ad alta velocità, prima di dissolversi in un eco straniante che testimonia la maestria compositiva della band nel gestire dinamiche e transizioni.

Rispetto ai precedenti lavori, la voce eterea di Katie Ball emerge con maggiore chiarezza dal tessuto sonoro, particolarmente evidente in brani come Dreamer, dove lo stile vocale richiama esplicitamente i Cocteau Twins, o nella stessa title track, dove l’artista dichiara semplicemente di voler “far sentire bene”.

In That I Might Not See la presenza spettrale della cantante dialoga con una batteria martellante e chitarre urlanti che costruiscono un’atmosfera gotica di rara intensità, mentre in Dandelion le sue suppliche – “raccoglimi, gettami tra i tuoi capelli, tagliami dal gambo” – galleggiano sopra sonorità distorte ma paradossalmente spaziose, testimoniando una ritrovata libertà espressiva.

L’influenza dei Cure, con cui la band ha condiviso il palco nel tour sudamericano del 2023, permea sottilmente l’album, soprattutto in quella capacità di Robert Smith di fondere noir e melodia in composizioni dal fascino agrodolce.

L’utilizzo di sintetizzatori e arpeggiatori nella title track aggiunge una dimensione inaspettata al sound della band, allontanandosi temporaneamente dal muro di chitarre per abbracciare territori più vicini alla musica elettronica, senza mai perdere quella rugosità caratteristica che contraddistingue il gruppo irlandese.

La ripetizione motorik di Silver evoca l’immagine di una guida notturna illuminata solo dal continuo alternarsi di luci, dove il basso e la batteria costruiscono un tappeto ipnotico su cui la voce può librarsi con maggiore direttezza.

L’urgenza percepibile in ogni traccia sembra voler catturare emozioni fuggevoli prima che svaniscano, mentre la band dimostra che, pur mantenendo una certa oscurità al centro del proprio suono, sta inseguendo qualcosa di più grande.

La densità emotiva della musica dei Just Mustard si manifesta in composizioni intricate ma immediate, caotiche eppure precise: una coreografia attenta che contrappone l’ansia al rilascio, l’ombra alla luce.

Il finale affidato a Out of Heaven chiude il cerchio con una domanda sospesa – “è questa la caduta dal paradiso?” – mentre il brano riverbera fino al silenzio, lasciando l’ascoltatore in uno stato di sospensione contemplativa.

We Were Just Here consolida la posizione dei Just Mustard come una delle realtà più interessanti della scena shoegaze contemporanea, capaci di onorare le radici del genere senza rimanerne prigionieri: l’album riesce nell’impresa di suonare contemporaneamente familiare e sorprendente, ancorato alla tradizione ma proiettato verso territori inesplorati.

Nella sua fusione di convenzioni temporali e di genere, questo disco suona come se fosse sempre esistito, un paradosso che ne definisce perfettamente la natura: i Just Mustard hanno creato un’opera che trascende il semplice revival nostalgico per affermarsi come contributo originale e vitale al canone della musica rumorosa e visionaria.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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