Intervista a Steven Wilson (che ci parla di Grace for Drowning, suo secondo disco solista)

Faccia a faccia con Steven Wilson, che ci ha spiegato il nuovo disco Grace For Drawning. Ascoltalo online

grace-for-drowning-steven-wilsonE pensare che tutto era nato come un gioco, nel lontano 1987. Un Wilson ventenne che insieme ad un amico si inventa di sana pianta l’esistenza di una fantomatica band, con tanto di storia alle spalle, membri e perfino i titoli degli album! Erano i Porcupine Tree, che qualche anno dopo si sarebbero materializzati per davvero, diventando una delle realtà più seguite della scena prog Uk.

Polistrumentista, cantante, autore, produttore, tecnico del suono, Steven Wilson sembra instancabile. I Porcupine Tree sono solo un tassello della sua carriera artistica, divisa tra diversi side projects come No-Man, Blackfield, I.E.M., Bass Communion e spaziando dal progressive al metal, dal krautrock alla psichedelia, dall’elettronica all’experimental.

Poi c’è anche lo Steven solista, che pubblica un primo album di inediti nel 2008 dal titolo Insurgentes e che si appresta a pubblicarne un secondo il prossimo 26 settembre, Grace For Drowning.

Steven è recentemente passato da Milano per la promozione del nuovo lavoro e noi non ci siamo fatti scappare l’occasione per scambiare quattro chiacchiere in sua compagnia.

 

RockShock. Puoi spiegarmi il significato che c’è dietro al titolo del nuovo album, Grace For Drowning, e anche il significato dei titoli che hai dato ai due volumi in cui è diviso?

Steven Wilson. Ok. Il titolo generale dell’album, Grace For Drowning, si ispira ad alcune testimonianze che ho letto di persone che hanno quasi rischiato di morire annegate e tutti dicono la stessa cosa, cioè che mentre stai annegando prima inizi a lottare per non morire e poi arrivi a un punto in cui sei quasi rilassato e raggiungi quello che viene definito uno stato di grazia, ti lasci andare ed è come se trovassi la pace. Mi piace perché è come una metafora per la mia vita, la lotta per la vita. Sto parlando di me ma penso che sia qualcosa che valga per molte persone, spendi molto tempo della tua gioventù cercando di capire perché sei qui, cosa vuoi ottenere dalla vita, qual’è lo scopo di tutto: è una cosa stressante e ti rende nevrotico. Ho passato gran parte dei miei vent’anni a chiedermi cosa sarebbe stato della mia carriera, perché ancora non fossi famoso, perché ancora non fossi sposato. Ora ho poco più di quarant’anni e sono arrivato a un punto in cui mi rilasso e basta. Magari sto ancora “annegando” ma in qualche modo mi sento soddisfatto di dove sono e di quello che sto facendo col dono della vita. In sintesi è una metafora per questo, smettere di stressarci per tutto. Per quanto riguarda i titoli degli album, il primo si chiama Deform To Form A Star e si basa sull’idea che per creare davvero qualcosa di bello bisogna prima deformare quel qualcosa. Sai la perfezione è noiosa, oggi viviamo in un mondo dove molta della musica che sentiamo è perfetta e molto molto noiosa, parlo di quel tipo di musica stile American Idol dove la voce è perfettamente intona, si va perfettamente a tempo e la musica, la strumentazione, è quasi irrilevante. Ormai non ascolti più musica e dici “senti che bello quel pezzo di chitarra” o “senti che bella la batteria”, la gente ormai non lo fa più perché la musica è diventata così perfetta e curata che alla fine risulta monotona. Quindi l’idea che sta dietro al titolo, deformare qualcosa per renderla speciale, penso sia una bella lezione da imparare. Io sono cresciuto con la musica dei 70 e un sacco di quella musica non era perfetta: ascolta i vecchi dischi dei Beatles, stonati, fuori tempo, ma fantastici, veri. Quindi questo è il significato di Deform To Form A Star. Il titolo dell’ultimo album e anche dell’ultima canzone invece è Like Dust I Have Cleared From My Eye, che è una canzone un po’ amara sulla fine di una relazione. Si basa sull’idea che quando rompi con qualcuno è come se ti togliessi un granello di polvere dall’occhio. Dietro c’è dell’ironia: perché dovresti scrivere una canzone su qualcuno se ce l’hai così tanto con quella persona? E’ come autoconvincerti che non ti importa, ma ci scrivi su una canzone e quindi non è così.

RockShock. Perché hai deciso di dividere il disco in due parti?

Steven Wilson. Perché credo fermamente che 40 minuti sia la lunghezza giusta per un disco. La ragione per cui secondo me molti dei migliori album vengono dagli anni 60 e 70 è perché il quel periodo, con i vinili, i dischi duravano 40 minuti. Riesci a concentrarti sulla musica per 40 minuti, ma oltre, non importa quanto bello sia il disco, la tua attenzione inizia a calare. Purtroppo è quello che è successo quando sono arrivati i compact disc, perché hanno la capacità di contenere 60, 70 o anche 80 minuti di musica. All’improvviso gli album sono diventati sempre più lunghi, in un periodo in cui ironicamente la velocità della vita ci impedisce sempre più di focalizzarci su qualcosa per troppo tempo. Non è quindi una buona combinazione, penso che molti album oggi siano troppo lunghi e quando arrivi alla fine ti senti esausto. Sì, sto qui a dire queste cose quando ho appena fatto un disco di 85 minuti, però almeno quello ho provato a fare dividendolo in due parti con due diversi titoli è incoraggiare la gente a considerarlo come se fossero due esperienze di ascolto separate. Sto davvero cercando di scoraggiare chiunque voglia provare ad ascoltarlo tutto insieme perché si tratta di un ascolto intenso, persino un unico album è abbastanza stancante perché dentro ci sono molte cose. Quindi voglio far capire alla gente che si tratta di due album diversi per due diverse occasioni e tutto questo si ricollega di nuovo al fatto che secondo me i 70 sono stati gli anni migliori per la musica rock.

RockShock. Quali sono le differenze sostanziali tra questo e il tuo primo lavoro solista?

Steven Wilson. C’è una grossa differenza perché alla base del primo disco c’era il mio amore per la musica degli anni 80. Quando stavo crescendo ascoltavo artisti come Joy Division, The Cure, Cocteau Twins, My Bloody Valentine, quello che la gente allora chiamava post punk, che arrivava dal movimento punk ma era musica più sofisticata. Questo disco invece si basa sul mio amore per il rock progressivo degli anni 70, che in un certo senso è ironico perché in ogni caso sono sempre stato associato con questo genere e tutto quello che faccio ha comunque quell’impronta, è nel mio dna. Il prog dei primi anni 70 mi ha fatto innamorare della musica, ma ho sempre cercato di evitare riferimenti diretti perché mi sembravano troppo ovvi, ora invece ho raggiunto un punto in cui mi sento sicuro della mia musica e qualsiasi cosa faccia suonerà comunque come qualcosa di mio. Posso tranquillamente guardare a ciò che ho scritto in passato senza preoccuparmi che possa suonare come una copia di qualcos’altro. Quindi questa è la grande differenza, il centro si è spostato dal post punk degli 80 al progressive classico dei primi anni 70.

RockShock. C’è una canzone di Grace For Drowning alla quale ti senti più legato?

Steven Wilson. Sì, ho delle preferenze. La strumentale Belle De Jour per esempio, quando l’ho scritta sembrava quasi la colonna sonora di un film scritta da Ennio Morricone o Nino Rota, ma alla fine l’ho intitolata come il film del regista spagnolo Luis Buñuel. Amo il cinema europeo degli anni 60 e 70, quel tipo di cinema un po’ surreale ma bellissimo, ha una grande influenza sulla mia musica. Vado molto fiero di quel brano perché potrebbe sembrare davvero la colonna sonora di un film, mi piace l’orchestrazione che ha. Poi amo Remainder The Black Dog, che è una canzone sulla depressione, il cane nero rappresenta lo spettro della depressione che ti porti sempre sulle spalle, se ne hai sofferto. Sai ogni artista, musicista, scrittore, pittore che sia, quando cerca di creare qualcosa di solito non riesce ad ottenere esattamente quello che vuole, ma comunque riesce a fare qualcosa che alla fine funziona. In rare occasioni però riesci a creare esattamente quello che ti prefiggevi di creare e questa canzone è così per me, è esattamente quello che volevo ottenere.

RockShock. Di solito come scegli l’ordine della tracklist di un album?

Steven Wilson. E’ come mettere le scene nel giusto ordine, come un film. C’è solo un modo per raccontare la storia e bisogna ordinare le scene al meglio perché il viaggio risulti logico, soddisfacente e affascinante. Quindi già nella fase di lavorazione del disco penso a quale sia il pezzo più adatto da mettere in apertura e in chiusura, ad esempio. Non riesco a spiegarlo, ma certi pezzi sono giusti in determinati punti del disco e lavoro molto a questo aspetto per ogni album. Per me la sequenza in cui organizzare le canzoni è parte del processo creativo così come lo è la scrittura e la registrazione della musica, perché se lo fai nella maniera sbagliata il disco non arriva nel modo giusto. Tu mi hai chiesto come, ma non so dirti come, so solo che lo faccio e ci metto parecchio tempo perché per me è una parte importante del processo creativo.

RockShock. Qual è per te la situazione ideale per scrivere una canzone?

Steven Wilson. La situazione ideale è a casa, guardando fuori dalla finestra il mio giardino, con il mio cagnolino in giro. E’ divertente perché due anni fa mi sono trasferito fuori città dopo aver vissuto per anni a Londra e quando scrivevo ciò che vedevo fuori è sempre stato una strada urbana. Questa è la prima volta che mentre scrivevo un album guardavo fuori e vedevo alberi, un fiume, dei cavalli. Penso che sia un’altra delle ragioni per cui questo disco è così diverso da Insurgentes e da qualsiasi cosa abbia fatto prima. Racchiude delle sensazioni più rurali e mi è piaciuto molto scrivere a casa questa volta. Di solito non lo faccio, Insurgentes l’ho scritto in tour, un po’ in Messico, un po’ in Israele, ma stavolta ho preferito così. Penso che sia dovuto in parte al fatto che ho passato così tanto tempo in tour con i Porcupine Tree che quando sono tornato a casa ho voluto restarci e scrivere lì.

RockShock. Ti piace di più scrivere per i tuoi progetti solisti o per le band in cui suoni?

Steven Wilson. Mi piace scrivere in generale, ma penso che rappresenti sempre una sfida scrivere per altri musicisti. Mentre lo faccio mi chiedo continuamente se agli altri piacerà quello che ho scritto, cosa che ovviamente non accade quando scrivo per me stesso, perché posso fare qualsiasi cosa senza preoccuparmi del giudizio altrui. In questo senso scrivere le mie cose è liberatorio, ma trovo anche divertente scrivere per musicisti che conosco. Non direi quindi che preferisco l’una o l’altra cosa, ma sicuramente scrivere un album solista è più rilassante.

RockShock. C’è stato un momento nella tua carriera che ricordi come particolarmente grandioso?

Steven Wilson. No, ti piego perché. Per me è stato un processo lento e organico costruire un audience nel corso degli anni. Non c’è mai stato un momento nella mia carriera in cui ho pubblicato una hit oppure sono apparso in un reality show. Faccio il musicista da vent’anni ormai e vado molto orgoglioso del fatto che posso fare concerti in quasi ogni grande città del mondo e un paio di migliaia di persone verrebbero a sentirmi suonare e a cantare le mie canzoni perché amano la mia musica. Ma tutto è successo in maniera graduale, quindi non c’è stato un momento in particolare. Ci sono degli album e delle canzoni di cui vado molto fiero, penso siano speciali. Ci sono stati dei concerti dove il pubblico mi ha davvero emozionato, soprattutto nei posti dove sono andato per la prima volta. In India per esempio, lo scorso anno con i Porcupine Tree, vedere quattordicimila persone cantare le tue canzoni è stato fantastico, come puoi certo immaginare. Lo stesso è successo quando sono andato per la prima volta in Messico, in Australia e in Italia anche, nel 1995 mi pare, abbiamo suonato a Roma e credo ci fossero un migliaio di persone quando invece in Inghilterra suonavamo per cinquanta persone, è stato bello. Non mi stanco mai di andare in posti dove ci sono persone che ascoltano la mia musica, che conoscono tutte le parole delle canzoni e sanno tutto di me e non riesco ad abituarmi al fatto che la gente quando mi vede inizia a tremare, mi fa sentire allo stesso tempo lusingato e a disagio. Certo è una cosa che capisco perché io farei lo stesso, anzi due giorni fa ero in Finlandia ed ho conosciuto Aphex Twin, Richard James, che è uno dei miei musicisti preferiti ed ero nervoso, quindi capisco quello che prova la gente quando mi incontra.

RockShock. Essendo tu un musicista professionista la musica occupa gran parte della tua vita. Ma hai una seconda grande passione?

Steven Wilson. Il cinema, se non fossi stato un musicista avrei fatto quello, anche perché penso che musica e cinema siano due cose collegate. Quando scrivo musica penso già in termini di immagini e una delle prime cose che faccio dopo aver composto una canzone è mandarla a Lasse Hoile, che fa i miei video e si occupa di tutto l’aspetto visuale dei miei lavori. Se avessi avuto il tempo e se la vita non fosse così breve avrei voluto studiare cinematografia, per me è come l’altra faccia della stessa medaglia. E’ divertente se pensi che quando mi viene chiesto quali sono le mie influenze le persone si aspettano che risponda Led Zeppelin o Pink Floyd ma io invece dico Stanley Kubrick, David Lynch e altri registi, perché per me rappresentano un’influenza più forte della musica in questo periodo. Quando ero un ragazzo la musica era la cosa più importante ma ora è il cinema che mi influenza di più. Quindi questa è la risposta alla tua domanda, se avessi il tempo sicuramente mi dedicherei al cinema.

RockShock. Un’ultima domanda: che progetti futuri hai? Stai lavorando a qualcosa di nuovo per i Porcupine Tree o le altre band in cui suoni?

Steven Wilson. Oh faccio sempre un sacco di cose. Da dove inizio… farò un tour per promuovere il nuovo disco e spero di venire anche in Italia. E’ una cosa importante per me perché sto lavorando con una band di sei elementi e i concerti saranno molto elaborati. Poi sto scrivendo un album con Mikael Åkerfeldt degli Opeth, che sarà un disco molto strano, orchestrale. Continuo a remixare in surround vecchi dischi degli anni ’70, ho appena finito un album dei Jethro Tull uscito nel 1971. Presto spero anche di iniziare a scrivere per i Porcupine Tree, appena avrò un po’ di tempo. Per ora questo.

RockShock. Perfetto, grazie mille e in bocca al lupo per tutto!

Steven Wilson. Di nulla, figurati. Spero di rivederti a un mio concerto!

 Ascolta Grace for Drowning di Steven Wilson.

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Antonietta Frezza
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