Intervista a Musica da Cucina

Persona solo apparentemente timida, Fabio / Musica da Cucina è in realtà un Artista con la maiuscola, autore di uno dei pochi dischi del 2011 che merita di essere acquistato e amato. Lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare che...

Musica da Cucina

s/t

(Cd, Long Song)

folk, musica concreta, pop, ambient

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musica-da-cucina-24-11-2011Poco prima del breve concerto all’Animal Social Club di Roma (24 novembre 2011), abbiamo incontrato Fabio Bonelli, altrimenti conosciuto come Musica da Cucina.

Persona solo apparentemente timida (e sicuramente meno di quanto c’era sembrato in occasione del concerto delle Amiina, che aprì e che fu la sera che facemmo conoscenza), è in realtà un Artista con la maiuscola, un musicista con una visione chiarissima di cosa vuole comunicare e sempre pronto a scoprire nuovi modi con cui comunicarlo.

Che il suo omonimo Musica da Cucina sia in parte suonato con tegliere, cucchiai, bicchieri, grattugie, piattini, ecc. è solo un dettaglio, che sicuramente dal vivo ha la sua fascinazione e importanza scenica, ma che su disco perde d’importanza nella misura in cui le sue composizioni sono in grado di far sognare ad occhi aperti l’ascoltatore e di portarlo in un mondo d’altri tempi, in cui “infanzia” è una parola magica e piena di fascinazioni oniriche che affondano le radici nei ricordi.

Uno dei pochi dischi del 2011 che vale la pena di essere comprato. E ascoltato. A ripetizione. Fino a consumarlo.

Intervista a Fabio Bonelli / Musica da Cucina

RockShock. Iniziamo dall’inizio e con una domanda che probabilmente ti avranno fatto già in molti. Da dove viene l’idea di suonare stoviglie?

Fabio/Musica da Cucina. In realtà ogni volta che mi fanno questa domanda mi invento una risposta diversa.

RS. Ma a noi puoi dire la verità!

MDC. Probabilmente la verità è la somma di tutte le cose che ho raccontato in giro fino ad oggi. Ho iniziato a studiare musica sin da bambino e ho sempre desiderato suonare … sempre. Così a tavola suonavo con le posate, crescendo, all’università, con le penne; proprio da studente ho avuto una specie di flash in cui ho immaginato un tizio su un palco suonare con vari oggetti sul tavolo: lampade, penne, quaderni e così via. L’idea di base, quindi, è proprio quella dei bambini, ovvero di suonare con e il mondo che ci circonda, dando al risultato finale un taglio pop/folk. Non quindi musicale sperimentale in senso estremo o in senso lato, ma qualcosa di immediato con cui comunicare.

RS. hai parlato di pop e di folk. Conoscendo l’amore dei giornalisti musicali per le etichette di genere… qualcuno parla di te come un artista che fa “musica concreta”, definizione che va dagli esperimenti degli anni ’60 ai Matmos, che hanno campionato i rumori dei ferri di una sala operatoria e ci hanno fatto un disco, autodefinendolo di “musica concreta”. Se quindi dico che Musica da Cucina fa “musica concreta” approvi o è una definizione che ti sta stretta?

MDC. In realtà la definizione mi sta stretta e mi imbarazza. Nel senso che non sono così sperimentale come gli artisti della corrente “musica concreta”. Da appassionato e studioso di musica, però, non posso non notare come da almeno vent’anni il pop e il rock hanno sempre di più inserito elementi “concreti” nella musica, facendo così mano a mano cambiare la definizione di “musica popolare” e ampliare quella di “musica concreta”. Quello che mi piace e che condivido è un aumento generale della “consapevolezza musicale”. Probabilmente fra qualche anno non sarà neanche più necessario ascoltare musica ma, come diceva John Cage, sarà sufficiente ascoltare quello che ci circonda, magari semplicemente ascoltare il traffico.

RS. Ti sei fatto un’idea di chi è il tuo pubblico? Coincide con l’idea delle persone a cui ti saresti voluto rivolgere?

MDC. Il pubblico è stata una vera e propria sorpresa. Quando ho iniziato, cinque anni fa, non avevo proprio idea su chi avrebbe potuto apprezzare la mia musica. Mi sono stupito e divertito nel suonare per pubblici assolutamente diversi, bambini e anziani, frequentatori di centri sociali e di gallerie d’arte, colti e meno colti. E mi sono sempre trovato bene in ogni situazione. Probabilmente è stata la cosa che mi ha spinto a continuare, ovvero la facilità con cui riesco a comunicare con persone tanto diverse fra loro.

RS. Sono passati quattro anni dal tuo esordio discografico ed è da poco uscito un disco nuovo, omonimo. Come suona quest’album?

MDC. Rispetto al precedente questo disco è molto più da studio. Le registrazioni sono durate due anni e abbiamo messo una cura maniacale nella registrazione di tutti i suoni. L’idea era di rendere un ascolto omogeneo ma non stancante, non una “massa sonora”, ma un’insieme di canzoni con momenti pop e momenti più dilatati. Musica da Cucina è disco con cui ci si può anche addormentare, naturalmente in senso buono.

RS. Zeffirina, giusto per fare un esempio. Tutti i nomi delle tue canzoni sono molto particolari e sembrano rimandare a una storia che però la canzone non racconta. Che storie ci sono dietro le tue canzoni?

MDC. Zeffirina, in particolare, viene da Zeffirino, un ottimo vino che fanno dei miei amici. Nella loro cantina abbiamo passato quasi un giorno intero a suonare, ridere, improvvisare (e bere, naturalmente) e una parte di quello che è venuto fuori da quella giornata l’ho voluta dedicare proprio a quel vino, diventato al femminile solo per una questione fonetica. Su questo disco comunque ci sono un sacco di storie legate alla montagna. Vengo dalla Valtellina e ora sono due anni che vivo a Milano. L’album è un mio personalissimo addio ai monti, esplicito forse in Tanta Neve Piedi Freddi, squisitamente intimo circa i miei ricordi sulla lievitazione del pane in casa; Elvira e Amelia, per continuare con un altro esempio, sono due zie di mia mamma eAmelia, in particolare, ha fatto i disegni che compongono la copertina dell’album. La montagna è una realtà che vive di piccoli dettagli, di cose che hai lì davanti, di vigne arroccate, cancelletti, tutti piccoli dettagli di una montagna contadina che ho voluto “fotografare” in questo disco e a cui ho voluto fare un personalissimo omaggio. Pasta Madre potrebbe essere l’unico sguardo ad ampio spettro, a un panorama di alta montagna, tutte le altre canzoni sono focalizzate su piccoli dettagli.

RS. Sul tuo palco ci sono strumenti acustici, strumenti elettrici ed elettronici e una tavola apparecchiata ricca di oggetti e accessori, tutti rigorosamente “suonati”. Quando componi le tue canzoni da dove cominci?

MDC. La base è quasi sempre un lavoro che faccio sulla loop station, poi da lì via via faccio emergere tutto il resto, che si poggia su la ciclicità della macchina. A volte parto dagli oggetti, ma subito cerco una “base” forte con la loopstation.

RS. T’è mai venuta la tentazione di allargarti e di suonare con una vera e propria band?

MDC. Penso proprio che sarà la mia evoluzione naturale ed è un po’ che ci sto pensando. Dal vivo soprattutto sono spesso costretto a fare il prestigiatore, dividendomi fra mille cose, microfoni, oggetti eccetera. In realtà io prima di questo progetto ho sempre suonato in gruppi numerosissimi, a partire dalla banda del paese. Finito il tour previsto per quest’album credo proprio che comincerò a confrontarmi con altri musicisti.

RS. Ascoltando di Musica da Cucina una delle prime cose che m’è venuta in mente e che molti di questi brani si prestano ad essere remixati.

MDC. Eh! Hai proprio ragione. Diciamo che fino ad ora non è capitato né io ho fatto molto perché capitasse, ma magari nei prossimi mesi…

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Massimo Garofalo
Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock. Parola d'ordine: curiosità. Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)
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