Greta Van Fleet: recensione di The Battle At Garden’s Gate

I Greta Van Fleet tornano alla ribalta con il loro secondo album, forte di uno spartito compositivo dall'impronta decisamente più matura e di caratura superiore rispetto alle precedenti pubblicazioni. Ma senza rinunciare a quel retaggio classic rock di ispirazione seventies.
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Greta Van Fleet

The Battle At Garden’s Gate

(Universal Music)

psych blues, hard rock, prog rock, classic rock, folk blues

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Greta Van Fleet recensione The Battle At Garden's GateÈ uscito The Battle At Garden’s Gate, l’attesissimo nuovo disco dei Greta Van Fleet, anticipato dall’uscita dei singoli Age Of Machine e Heat Above.

Dopo aver attirato l’enorme attenzione dei media e della critica musicale con il successo dei due EP Black Smoke Rising e From the Fire, e del primo album Anthem of the Peaceful Army, la band del Michigan, formata dai fratelli Josh (voce), Jake (chitarra) e Sam (basso) Kiszka e da Danny Wagner (batteria), torna sulle scene con il suo secondo full-length, forte di uno spartito compositivo dall’impronta decisamente più matura e di caratura superiore rispetto alle precedenti pubblicazioni.

The Battle At Garden’s Gate è un lavoro discografico ambizioso ma scevro da velleità trascendentali, che se da un lato prende le distanze da quel perimetro calligrafico e stereotipato che gli è valso, soprattutto da parte di un’ampia frangia di detrattori, l’etichetta di cover band dei Led Zeppelin, dall’altro non rinuncia affatto a quel retaggio classic rock di ispirazione anni ’60 e ’70, come se fosse un tesoro nascosto che bisogna assolutamente riportare alla luce.

All’interno dei 12 brani dell’album, ognuno generosamente oltre i 4 minuti di durata, Built By Nations è l’unica traccia in cui si sente, specificatamente nel main riff, un chiaro rimando alle sonorità dei Led Zeppelin. Nelle altre undici canzoni, sfido chiunque (capace di intendere e di volere, ovviamente) a trovare riferimenti diretti o trasversali allo stile dei Led Zeppelin. A mio modesto parere, continuare a ripetere pedissequamente castronerie altrui (raccolte chissà dove, e magari anche di seconda mano) significa semplicemente omologarsi a certo modus pensandi inattendibile, fittizio e pregiudizievole, che potremmo riassumere nel simbolismo del mito della caverna di Platone.

Però, oggi il termine retrò è tornato d’attualità, ormai lo si usa per descrivere di tutto, e la gente si sta incominciando a stancare di spudorate copiature dal passato. A tal ragione, i Greta Van Fleet sono stati spesso accusati tranchant, da certa critica un po’ snob e bastian contraria per partito preso, di non proporre nulla di originale, ma di rappresentare soltanto un mero prodotto commerciale costruito a tavolino per il grande mercato (probabilmente avranno dimenticato esempi ben più eclatanti del passato) e svuotato di quello spirito che ha contraddistinto le floride stagioni del rock.

Verosimilmente, in linea generale, si potrebbe anche pensare che sia così. Eppure, se si considera proprio l’aspetto dell’originalità, è altrettanto verosimile affermare che il mondo del rock aveva già raggiunto il suo massimo grado di saturazione, iperproduzione e derivazione almeno tre decenni fa (volendo essere clementi), diventando, di fatto, la parodia di sé stesso.

Da questo insieme di sentimenti contrastanti, si materializza l’introspettivo nucleo tematico di Battle At The Garden’s Gate, il quale, nel suo percorso immaginifico tolkieniano, si affaccia sul decadimento etico della contemporaneità, di un’umanità atrofizzata, imprigionata nella gabbia del capitalismo e sottomessa all’egemonia delle macchine, con gli occhi ingenui di chi porta ancora con sé la lucentezza delle nuove generazioni e di quelle future, nel tentativo di tenere acceso quel flebile lume di speranza.

La sfera strumentale della release si innesta su un tessuto classicamente hard-rock con trame neo-classiche e assoli coinvolgenti quanto superbi: un’esperienza scenografica e orchestrale che, nella sua immediatezza epica e armonica, il giovane quintetto statunitense enfatizza attraverso un sottofondo di tappeti d’organo ed atmosfere cariche di pathos riconducibili a certa cinematografia fantasy dal taglio quasi barocco, che fungono da architrave portante ed elemento collante tra i vari passaggi dell’opera.

Pregevoli tessiture sinfoniche prog rock di matrice britannica e power ballad dalle sognanti escursioni semiacustiche e dall’influsso folk si mescolano ad estemporanei stacchetti beatlesiani (My Way, Soon), per poi concedersi al fuoco anacronistico ed autocelebrativo del blues psichedelico di marca aerosmithiana (Caravel, The Barbarians) e al cosiddetto “christian rock” dei canadesi Triumph e Rush.

Non a caso, la pasta vocale, eterea ed evocativa, di Josh Kiszka ricorda molto l’estensione tenorile di Geddy Lee, piuttosto che quella di Robert Plant. Del resto, anche Geddy Lee, all’epoca, venne additato di essere troppo simile a Robert Plant.

Oltretutto, pensandoci bene, deve esserci un filo conduttore spazio-temporale che collega la musica dei Greta Van Fleet a quel genere di sonorità AOR melodiche, mistiche, malinconiche e arrembanti della seconda metà degli anni ’70 proveniente dal Canada.

In definitiva, The Battle At Garden’s Gate è un album che fa da ponte verso una nuova svolta stilistica; un ponte dalle fondamenta evidentemente radicate e dal chiaro sapore seventies, ma che brilla tranquillamente di luce propria. I Greta Van Fleet dimostrano di saper evolvere il proprio sound, pur rimanendo proiettati nel circuito della radiofonia mainstream, e che è ancora possibile comporre nuove canzoni, benché già sentite. Perché un conto è l’ispirazione, un altro è la copia conforme.

D’altronde, i Greta Van Fleet, ad oggi, non sono mai stati trascinati in tribunale per controversie in materia di plagio musicale. A differenza dei Led Zeppelin.

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Andrea Musumeci
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