Godspeed You! Black Emperor: recensione concerto, Bologna, Estragon, 26 gennaio 2011

I Godspeed You! Black Emperor tornano in Italia dopo sette anni. La cerimonia nera, tra digressioni noise e fulminanti silenzi, entusiasma tutti

Godspeed You! Black Emperor

Bologna, Estragon, 26 gennaio 2011

live report

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godspeed-you-black-emperor-recensione-concerto-bolognaI Godspeed You! Black Emperor sono un collettivo canadese ecologista, anarchico, anticonformista. Questo è quello che dicono i giornali di loro. Nessuno sa la verità, perché nessuno di loro rilascia interviste, non vogliono essere fotografati, non vogliono esistere in un “certo modo”. Dimentichiamo i deliri dal vivo di Efrim Menuck con i A Silver Mt. Zion (“Hello to everybody, i’m Chris Martin”), affidiamoci al silenzio di Mike Moya, predicatore muto di questi tempi febbricitanti. Prima di loro tale Colin Stetson, una via di mezzo tra John Surman, Philip Glass, gli Zu, il tutto suonato da un ometto michigano con una camicia orribile a quadretti. Entusiasta lui, entusiasmati noi. Tutti felici e tutti di nero agghindati ci prepariamo.

Ha inizio la cerimonia. Mai pubblico fu più eterogeneo. Ragazzi erasmus tedeschi, coppie inglesi capitate lì per caso, incuranti e innamorati di tutto, finti metallari indiavolati dalla lingua prettamente indie che emanano odore da cameretta, gente pseudo famosa (Giardini di Mirò e A Toys Orchestra al completo), e poi è presente tutta l’Italia che ama i Godspeed You! Black Emperor da Bologna in giù.

Qualcuno sale sul palco, si muove nervoso, dietro la parola Hope compare a scatti, sembra scritta da un bambino depresso. Il rumore comincia ad assalire il pubblico silenzioso, adorante. Sarà così per venti minuti, qualcosa di inutile e meraviglioso. Crea l’attesa della fine. Presumo del mondo. Un uomo grassoccio, con pochi capelli biondi in testa, una versione indie e affaticata di James Spader, qualcuno che potrebbe sodomizzarci e invece ci ammalia, cominciando a esaltare il rullante.

Entrano tutti, a semicerchio. Efrim Menuck sfiora la chitarra ed è la prima esplosione, Mike Moya si muove lento, quasi di spalle, toccherà a lui sferragliare quando il silenzio degli altri lo consentirà. I due bassisti si prenderanno la scena, centro di tutto, i loro corpi si agiteranno in attesa delle esplosioni, saranno il preludio alla magnifica ossessione.

BBF3 è ossessione pura e lungo richiamo di violini e chitarra infarciti di improvvisi sobbalzi di batteria. Rocket Falls on Rocket Falls è contro il tempo, non ricordi nemmeno le immagini che scorrono, forse qualche figura umana di spalle. Numeri, numeri, numeri ci rincorrono. Sleep è un affronto di chitarra, urlo dissonante prolungato, dove tutti sono immobili e il fischio ti accompagna i giorni a venire, quando rimpiangerai. Storm è gioia di tutto, immagini del mondo, un violino che s’accuccia e una chitarra che lo travolge quando necessario. Static è violenza pura, attesa della violenza, culmine e conseguenza, un riff ossessivo che scoperchia l’Estragon.

Gamelan è una litania travolgente, dei Sigur Ros che ci augurano la morte, distonica quando si aggrappa al movimento schizofrenico di un riff ossessivo, controtendenza, controtempo, controtutto. I movimenti dei musicisti sono trafitti da montagne d’immondizia, spostata, selezionata, impossessata di morte, sullo sfondo una superstrada è innalzata a monumento dal passaggio (dis)umano di mezzi indistruttibili e inutili. Moya è il fuoco, la perfezione, laddove i Gy!be si dimenticano della confusione del mondo e ritrovano l’essenza dell’implosione, il fuoco che si amplifica alle loro spalle, il proiettore alle nostre (di spalle) accende accendini, ci si brucia tutti. East Hastings è la definizione di fine, di tutto, della musica tutta.

Una volta Samuel Beckett rappresentò a teatro il nulla, quattro persone, quattro angoli, un quadrato, nient’altro, si muovono. Dentro quel finale c’era tutto, dopo non c’era nulla, solo macerie. Il teatro da allora è morto.

Dopo i Gy!be non può esserci nulla, East Hastings e il suo giro di chitarra da movimento della mano, scontroso, sbadato, dietro di loro un vecchio seduto su una panchina, ripreso di spalle, gioca con le sue mani. A lato un’ambulanza illumina, arriva finalmente il colore, rosso, tutto diventa rosso anche sul palco, tutti si guardano finalmente, il batterista, ossesso, si contorce, nessuno ha mai assistito a un’esplosione simile.

Una cerimonia finale ossessiva, le immagini raccontano di rivolta, per la prima volta in due ore e mezza compare la figura umana, uomini e donne protestano, tutto diventa sfocato e bellissimo.

Nessuno canta, nessuno emette un suono umano, dietro compare la scritta The end is at hand. La fine è a portata di mano. Destiniamoci alle persone, ci dicono senza dirci una parola.

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Federico Pevere
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