Superchunk: Majesty Shredding

Superchunk, gruppo antico dell’alternative rock di cui si parlava e ci piaceva perché “fedele alla sua linea” quando in realtà incapace di evolversi. Sono rimasti gli stessi. Il loro nuovo album, Majesty Shredding, lo dimostra

Superchunk

Majesty Shredding

(Cd, Merge)

alt – pop

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superchunk - majesty shreddingDi fronte al successo di gruppi come Arcade Fire, Vampire Weekend e (in minor misura, perché quasi, dico quasi bravi) Deerhunter, mi viene quasi da piangere, non perché contento per loro, ma perché triste per tutti gli altri che hanno avuto la sfortuna di non nascere in era pitchforkiana (Dinosaur Jr, Yo la Tengo, The Jesus Lizard e i loro ultimi live immensi e la gente immobile che non capiva – a parte i trentenni inferociti che si volevano rifare sul tempo perduto). Capirai, pensavano questi trentenni occhialuti, mica c’ho bisogno di quella chitarra smilza dei Vampire, che me ne faccio dei cori fiacchi degli Arcade? Non te ne fai niente, mio laconico amico del revival.

E quindi i Superchunk, gruppo antico dell’alternative rock, gruppo timido ma onesto, un gruppo di cui si parlava e ci piaceva perché “fedele alla sua linea” quando in realtà incapace di evolversi. Sono rimasti gli stessi. Il loro nuovo album, Majesty Shredding, lo dimostra.

I Superchunk sono la versione – ancora – più collegiale degli Yo La Tengo, dove quest’ultimi raccontavano la notte di Hoboken, i primi innocui nelle loro melodie abbastanza ballabili, con una voce che passa talmente  inosservata dal non essere più voce, qualche lampo e lavoro di mestiere a pacchi che al secondo ascolto ti viene voglia di, lasciamo stare, insomma non descrivono nulla, se si esclude il fatto di accompagnare qualche sbronza chilometrica di qualche universitario americano.

Winter Games è una cosa abbastanza oscena, pura mancanza d’ispirazione, non vi traduco il ritornello improbabile. Rope Light è molto orecchiabile e ingenua quanto Learned to Surf sfiora quasi il plagio di una vecchia canzone dei Dinosaur Jr di cui nemmeno il cronista ricorda il titolo. Crossed Wires è solare e ben bilanciata e potrebbe farci rimpiangere qualcosa.

Everything At Once è l’apice dell’album, una cavalcata elettrica condita da dei cori che rimangono in testa per dei giorni (passati a dormire), mentre Fractures In Plaster è l’unico tentativo in parte riuscito di strutturare una canzone in modo non convenzionale, risulta quasi piacevole. Un gradito ritorno, anche se la mancanza di idee è disarmante. Restituiteci bellezza.

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Federico Pevere
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