Francesco Setta: la recensione di Fenice

Fenice di Francesco Setta è un lavoro bello, nel senso più nobile della parola, condito da ottime canzoni che non annoiano, ma crescono con il passare degli ascolti.
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Francesco Setta

Fenice

(Vrec Record)

rock, rap

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Francesco Setta FeniceIl connubio rock-rap è un qualcosa che nasce negli anni ottanta con la famosa collaborazione tra Aerosmith e Run DMC, per poi proseguire con la micidiale collaborazione a firma Anthrax – Public Enemy e finire santificata con la strepitosa colonna sonora Judgment Day in cui confluiscono i maggiori esponenti dell’alternative rock con quelli rap più in voga negli anni 90.

Successivamente ci ha pensato il nu-metal a omologare il tutto in modo ineccepibile e anche in Italia tutto questo ha avuto una sua pesante influenza, se si pensa a entità come i Linea 77 o gli Extrema di The Better Mad Than Dead.

C’era, però, qualcosa che mancava e a chiudere il cerchio ci ha pensato Francesco Setta che, insieme all’immenso Max Zanotti, ha deciso di voler imprimere un forte senso blues acustico al suo disco d’esordio in cui il rap fa capolinea.

Setta, pur essendo un cantautore, ha messo il rap al servizio della musica, tenendo d’occhio quello che Zanotti gli ha proposto.

Ne è venuto fuori un lavoro bello, nel senso più nobile della parola, condito da ottime canzoni che non annoiano, ma crescono con il passare degli ascolti. Le melodie, in alcuni tratti, sono semplicemente fantastiche come nel caso di Cuore Di Seta, mentre in altri momenti ci sono episodi più free e funkeggianti (Sabato Sera Trash).

Il rock, nel senso lato del termine, fa capolinea in Foxy, brano che si pianta in testa da subito e difficilmente ti abbandona.

Gioventù Bruciata, invece, è un ritorno ad atmosfere plumbee, nere con le basi che ricordano qualcosa degli ultimi Nine Inch Nails a cui fa contrapposizione la delicata ballata Amore/Odio che verte sugli accordi di una chitarra acustica leggera e morbida.

La qualità del songwriting è davvero altissima e Mondi Lontani ne è un’altra piacevole conferma.

L’ospitata si materializza nel pezzo successivo con la title track in cui arriva Smhate a dare una sterzata parlata all’impianto musicale.

La malinconica ballata Neve, con tanto di pianoforte, chiude Fenice che si colloca, senza alcun indugio, tra i migliori dischi non solo dell’anno, ma dell’ultimo decennio italiano.

Finalmente una bella notizia che può far sperare per il futuro.

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Francesco Brunale
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