Feel In The Void: recensione di In Etere

La band heavy rock pugliese Feel In The Void manda alle stampe il suo secondo album In Etere: un mix accattivante di sonorità heavy rock, stoner, prog folk elettronico, garage rock e alternative rock tricolore anni '90.

Feel In The Void

In Etere

hard rock, stoner, alternative rock, heavy blues, AOR, southern rock, folk progressive, elettronica

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fee-the-void-recensione-in-etereA distanza di cinque anni dall’esordio con la pubblicazione di Flogisto, la band heavy rock pugliese, di stanza a Bologna, Feel In The Void manda alle stampe il suo secondo album intitolato In Etere, anticipato dall’uscita dei singoli Cosa Sei e Tutto Il Resto.

Un nuovo capitolo discografico dal carattere autobiografico, introspettivo e dall’intenso impatto emotivo, attraverso il quale i quattro componenti dei Feel In The Void (Michele Nardella alla voce, chitarra e sintetizzatori, Giuseppe Vinelli al basso e cori, Ottavio Buttacchio alla batteria, percussioni e cori, Paolo De Santis alla chitarra e cori), coscienti delle incertezze di quest’epoca e dei grandi mutamenti che provocano disorientamento, producono un composto tematico omogeneo che punta a riempire i vuoti esistenziali del presente, cercando di ritrovare un nuovo equilibrio di coscienza tra la dimensione spirituale dell’uomo e quella materiale degli elementi della natura.

Immaginando una lingua d’asfalto che connette le temperature torride dell’entroterra meridionale italico alle polverose e desertiche latitudini oltreoceaniche, le dodici tracce di In Etere, cantate rigorosamente in italiano, soffiano con veemenza sulla brace dell’alternative rock tricolore anni ’90, rievocando la retromania calligrafica di realtà quali Ritmo Tribale, Timoria e Subsonica, e permeando quel focolare nostalgico di atmosfere epiche ascrivibili al progressive folk elettronico.

 

I Feel In The Void, sfidando le mode discografiche della contemporaneità, sprigionano un’opera energica dal sound vintage, in cui riff accattivanti e refrain radiofonici si alternano ai momenti temperati delle trame sintetiche e alle ritmiche impetuose del funky groove e del desert rock, elettrizzando il tutto con contaminazioni heavy blues, southern e garage rock di sponda anglofona, su tutti Queens Of The Stone Age, Muse e Monster Truck.

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Andrea Musumeci
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