Ditonellapiaga: recensione di Camouflage

In attesa di duettare con Donatella Rettore nella prossima edizione del festival di Sanremo, la cantautrice romana Ditonellapiaga manda alle stampe Camouflage: un mix poliedrico, sfrontato e malinconico tra elettronica, raeggeton, hip-hop, disco-funk e cantautorato.

Ditonellapiaga

Camouflage

(Dischi Belli/BMG Italy)

hip-hop, urban, elettronica, disco jungle, disco funk, R&B, cantautorato moderno

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dito-nella-piaga-recensione-CamouflageA meno di un anno dall’esordio con l’EP Morsi, Margherita Carducci in arte Ditonellapiaga, in collaborazione con il duo di producer romani bbprod, manda alle stampe il suo primo album intitolato Camouflage, edito per Dischi Belli/BMG Italy e anticipato dall’uscita del singolo Non Ti Perdo Mai, scritto insieme al concittadino Fulminacci.

All’indomani del preview Morsi, e in attesa di duettare con Donatella Rettore nella prossima edizione del festival di Sanremo, la 24enne cantautrice romana Ditonellapiaga, nel pieno della sua ambizione artistica e al di là dell’espressione idiomatica che ne ha ispirato la scelta del monicker, mette in vetrina tutto il suo potenziale provocatorio, sfrontato, eclettico, (auto)ironico, commerciabile e di spiccata personalità, riuscendo a confezionare un connubio perfetto tra linguaggi pop dalla variegata fisionomia sonora e contenuti testuali autobiografici sia consapevoli che disimpegnati, ma senza lasciarsi attrarre dalla tentazione di ostentare chissà quale messaggio di forzato ottimismo.

Le dodici tracce (tra cui le sei contenute nell’EP precedente) che compongono questa nuova avventura discografica, figlia dell’attuale pandemia, si sviluppano mediante sonorità, contaminazioni e scenari metropolitani che guardano fuori dai confini nazionali, sorseggiando un cocktail di trame fluide, poliedriche, camaleontiche, alcoliche, ipnotiche, riflessive, morfinose e multicolori dal retrogusto glamish e kitsch alla Myss Keta, sia nelle combinazioni stilistiche che nelle ambientazioni atmosferiche e scritturali.

Istantanee che, all’interno di un vasto e immaginario supermercato sociale, si vestono di quegli psicodrammi che, in generale, tra nevrosi ossessive e soggetti schizoidi, ruotano intorno alla natura umana, alle nostre esistenze in leasing; quel volersi immedesimare in altri personaggi, cercando di tenersi a galla tra identità virtuali e storie d’amore incompiute, tra occasioni sprecate, strade che a un certo punto si dividono, ferite mai del tutto cicatrizzate, notti di eros senza freni inibitori e il significato di essere donna nella contemporaneità, con tutti i cliché e le complessità emotive aderenti alla sfera femminile, racchiuse in quell’immagine di copertina che vede Margherita stessa mimetizzarsi in una foto di famiglia.

 

Mentre alcuni episodi di Camouflage profumano di tormentoni stagionali (Repita, Morphina, Prozac), appoggiandosi su tonalità radiofoniche, ballabili, speziate, briose e accattivanti che rimandano a una disco-wave esotica, etnica e latineggiante, altri svelano i loro strati epidermici attraverso le ritmiche algide, acide ed irrequiete dell’elettronica, i territori fumosi, patinati, notturni e umbratili del sound urban e quello che è un chiaro omaggio alla regina del pop Madonna con il brano Vogue, legando il tutto alle tessiture intimiste e sussurrate di ballad dal carattere soul e alla versatilità timbrica di Ditonellapiaga, quando con un incalzante e narcolettico flow hip-hop, quando assecondando una malinconica, indolente e seducente sensibilità vocale R&B.

Modulando ogni step tematico su tutte quelle illusioni e disillusioni che, traghettate dall’età dell’incoscienza all’età della consapevolezza, hanno via via trasformato la percezione del mondo esterno e dei rapporti interpersonali, la camoufleur capitolina Ditonellapiaga mette in evidenza la quotidiana e costante tendenza a voler camuffare i propri stati emotivi; da una parte come difesa estetica e creativa nei confronti del presente e dall’altra servendosi degli ingannevoli e anestetizzanti retaggi imposti da una società che a livello superficiale reclamizza la forza della comunità, ma che invece, sotto sotto, rincorre unicamente il potere individuale, sostenendosi sul modello di comunicazione fittizia, iperconnessa, polarizzante e alienante degli smartphone e dei social network, facendo sempre più fatica a discernere ciò che è reale da ciò che non lo è.

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