Desamadre: recensione di Gestazioni

Diciamoci la verità: i Desamadre sono uno di quegli esempi classici di gruppo che avrebbe meritato molto di più.

Desamadre

Gestazioni

rock

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Diciamoci la verità: i Desamadre sono uno di quegli esempi classici di gruppo che avrebbe meritato molto di più. Dopo un esordio brillante, datato 2010 (La Realtà Che Mi Mancava), la band toscana è andata in pausa per molti anni, prima di ritornare sulle scene a ridosso dell’inizio della pandemia con una line up rinnovata che ha visto l’ingresso dietro le pelli di Massimiliano Nardozza, già batterista dei sottovalutati Caffè Sindona.

Con rinnovato entusiasmo, ma anche con tante difficoltà legate al Covid, i quattro non si sono persi d’animo ed hanno iniziato a suonare e poi a registrare del materiale nuovo che oggi finalmente vede la luce.

Gestazioni è un bel disco di rock puro, conclamato da una serie di canzoni piacevoli ed incisive. Senza mai sfociare nell’hard, ma tenendo un occhio e un orecchio teso ai Red Hot Chili Peppers più incisivi, si capisce che l’ispirazione c’è, a partire dall’iniziale Così Ti Sento che si apre in sede di ritornello in maniera molto efficace.

La voce di Andrea Scelfo è un altro tratto caratteristico dei Desamadre e lo si intende a chiare lettere quando si affronta il secondo pezzo del lotto, ovvero Dentro I Miei Occhi (anche qui c’è tanto rock mescolato ad una dose forte di melodia), in cui il leader della band gioca a fare il Manuel Agnelli, sebbene la sua timbrica ricordi in qualche modo quella di Riccardo Cocciante (il complimento è sincero).

Più viaggiante e, allo stesso tempo, oscura è la successiva Adesso Dimmi, come se i nostri volessero sfiorare territori vicini al grunge. Esperimento, tutto sommato, riuscito, visto che i Desamadre sanno piazzare sempre il ritornello da canticchiare.

Le atmosfere si fanno più rilassate con il classico lento da copione (La Tua Innocenza) che avrebbe, probabilmente, avuto molti passaggi radiofonici se fosse stato scritto alla fine degli anni novanta.

Purtroppo, però, i tempi sono cambiati e quindi ci si deve adeguare alla realtà attuale (triste).

Tanto per rimanere al secolo scorso, Canto Avvelenato pare essere un omaggio agli Anhima di Daniele Tarchiani o anche a quello che è il suo repertorio da solista che andrebbe riscoperto.

Con Ladyta si ritorna a picchiare forte, visto che si rimettono le chitarre al centro del villaggio, mentre Il Prima E Il Dopo appare, forse, la traccia più difficile da assimilare, persa com’è tra echi funky e chitarre che ricordano quelle del Dave Navarro del periodo One Hot Minute.

Chiude il tutto Le Mie Brame, canzone che si rivela in linea con il resto dell’album e che è la giusta fotografia di un lavoro viscerale e pieno di grandi spunti. Insomma, il ritorno dei Desamadre va considerato come un nuovo punto di partenza per una formazione che può ancora dare molto alla musica rock indipendente italiana.

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Francesco Brunale
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