Danko Jones: B-Sides

Danko Jones: i canadesi alfieri dell'harcore non buttano via niente e ripescano materiale che farà la gioia dei collezionisti

Danko Jones

B-sides

(Cd, Bad Taste Records, 2009)

hard rock, hardcore

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danko-jones-b-sidesCon B-sides i Danko Jones, trio canadese guidato dall’omonimo leader, offrono una musica accattivante e piacevole, benché in molti casi risulti ripetitiva e datata.

La band vanta un’esperienza ventennale sui palcoscenici di mezzo mondo e, in onore ai loro fan europei, ha rilasciato un “Jewel Box” contenente alcuni dei loro pezzi più rari e introvabili, molti dei quali erano finora rimasti inediti .

Gran parte di questi, ad ogni modo, lasciano l’ascoltatore più con l’impressione di essere andato in cantina a ripescare i dischi della sua infanzia, che di aver trovato una cassa del tesoro dimenticata dal tempo.

B-sides è l’ultima pubblicazione di Danko Jones dopo Never Too Loud del 2008, che ha riscosso un certo successo di vendite, la maggior parte delle quali dovute, presumibilmente, allo zoccolo duro di ammiratori del trio di Toronto.

Non sono un gran fan della pubblicazione di raccolte di b-sides, specialmente nei casi in cui la qualità generale della produzione musicale dell’artista non è tale da giustificala. Nella gran parte dei casi, il risultato è un’accozzaglia di vecchi brani, già difficilmente presentabili quando furono pensati e scritti, ma che oggi si mostrano in tutta la loro limitatezza. E questo è il caso di B-sides di Danko Jones.

Nel suo insieme il sound di Danko, che si colloca a metà strada tra quello classico dell’hard rock e quello del rock alternativo degli anni ’90, è efficace nel suo sforzo di offrire un’esperienza musicale energica e poco impegnativa. La carriera del gruppo, del resto, mostra come questi ragazzi di Toronto poco si interessino di trovare nuove soluzioni stilistiche e compositive, limitandosi a proporre lo stesso canovaccio anno dopo anno.

B-sides altro non è che l’ennesimo tentativo, peraltro riuscito, di far cassa senza troppi sbattimenti. È un passaggio che anche band molto più blasonate ed artisticamente dotate hanno attraversato. Non griderò allo scandalo, né al dramma dell’eccessiva commercializzazione del mercato musicale.

Mi limiterò a sconsigliare questo “Jewel Box” a tutti quelli che non siano già ammiratori hardcore di Danko Jones; invece, a coloro i quali abbiano intenzione di scoprire cosa ha da offrire il Leone Canadese consiglio di indirizzarsi verso qualsiasi altro fra i numerosi dischi prodotti nel corso della sua lunga carriera.

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Luigi Raffone
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