Cowards
Can You Hear Me?
(Bloody Sound)
noise, post-punk, shoegaze
Can You Hear Me? è l’atteso secondo album in studio dei Cowards. Fedele alla matrice noise/post-punk/shoegaze, il trio marchigiano formula una domanda destinata a rimanere senza risposta perché immersa in un contesto minato da tensioni globali, disorientamento personale e perdita di coordinate.
2026, pianeta terra, pullulante di individui omologati fino alla nausea, gente che sente di avere la verità in tasca e te la racconta anche quando non richiesta, l’apparenza come massima forma di espressione individuale e collettiva, la sostanza agonizzante in un angolo nella vana attesa che qualcuno si accorga di lei mettendola finalmente al centro della propria vita, in questo mondo miserrimo popolato da falsi sorrisi, frequentazioni di comodo, voltafaccia e voltagabbana (solo se conviene) arrivano i Cowards e sbaragliano il sistema.
Ad un anno di distanza da God Hates Cowards il potentissimo trio marchigiano torna con Can You Hear Me?, il nuovo album appena uscito su Bloody Sound capace non solo di consolidare un’identità ben definita ma di ampliarne a dismisura la portata comunicativa.
I nostri, nati nel 2019, subiscono una forzata battuta d’arresto a causa della prematura scomparsa del primo batterista ma fortunatamente trovano nuova linfa vitale con l’ingresso in line-up di Michele Prosperi dietro le pelli che si affianca a Luca Piccinini (voce e chitarra) e Giulia Tanoni (voce e basso).
La loro proposta affonda le radici negli anni ’90, quelli dominati da chitarre abrasive, stratificazioni rumoriste, echi dream-pop, ruvidezze grunge, non disdegnando rimandi psichedelici e muri di suono insormontabili (il famigerato wall of sound), tavolozze sonore che rimandano a Sonic Youth, Dinosaur Jr. o Jane’s Addiction (9 Minutes).
I Cowards si esprimono in modo chiaro e diretto con smaccata attitudine punk, non si nascondono dietro falsi miti perché i veri miti sono loro, autentici e genuini fino al midollo vomitano il loro grido di rabbia, dolore e inquietudine senza filtri e senza mezze misure, coerenti, sfrontati, originali e irriverenti come pochi altri artisti in circolazione negli ultimi anni (specialmente in Italia), scelgono di navigare in una miscellanea di noise, post-punk e shoegaze, vincente e viscerale, che colpisce come un pugno ben sferrato alla bocca dello stomaco.
E se l’esordio in full-length, quel granitico God Hates Cowards dal titolo geniale, possedeva un’anima fortemente introspettiva, qui il disagio diventa sociale, il collasso emotivo il crollo di un sistema malato e putrido fin dentro le viscere, la prospettiva si dilata e la domanda di base (Can You Hear Me?) viene scagliata sulle masse come una bomba ad orologeria, una domanda che resta, forse, senza risposta proprio perché sommersa in un contesto segnato da disorientamento, perdita di coordinate e punti di riferimento, tensioni politiche e umane, indifferenza, alienazione, disgusto e senso di vuoto insostenibile.
Al centro del disco dimora il tema della paura, paura come meccanismo perverso che condiziona, limita e immobilizza fin quando non cadono le maschere, fin quando non la si riconosce e quindi diventa più facile affrontarla a viso aperto, come una sorta di processo evolutivo, di decostruzione totale dove l’emotività è linguaggio espressivo e la musica il mezzo per concretizzare ciò che si sente col cuore restando invisibile agli occhi (ah Le Petit Prince…).
Paura, sdegno, paranoia, vacuità e disorientamento raccontati attraverso otto tracce vigorose, trasgressive e coinvolgenti, scritte, interpretate e suonate in maniera impeccabile, il trio mostra una fortissima coesione legata a doppio filo con le qualità tecniche di ciascuno, batteria metronomica e storta al punto giusto, basso fenomenale spesso in primo piano, chitarre caustiche e due voci, splendide in solitaria ed eccezionali negli incastri.
In un equilibrio continuo e costante tra saturazioni cosmiche e sospensioni oniriche si alternano l’accattivante Fear of Fear, primo singolo estratto che non racconta la paura verso qualcosa o qualcuno ma la paura della paura stessa, la più terribile da gestire, la ritmatissima Bad Trip che narra emozioni e pensieri accavallati vorticosamente in un loop mentale insostenibile, la ruvida e grintosa Devils animata da demoni interiori capaci di divorarti dall’interno e la torbida Tell Me, alienante e alienata, proprio come il mondo nel quale non riusciamo più a riconoscerci.
9 Minutes (di nome e di fatto) viaggia in trame shoegaze inciampando spesso in suggestioni psych-rock e fottutamente noise, nasciamo soli e soli rimaniamo fino alla fine dei nostri giorni raccontano i Cowards e mai verità fu così disarmante, il mondo è sull’orlo del baratro? E noi ci scriviamo una canzone come esorcismo per i malefici quotidiani, Mad World (i nomi di persona citati nel testo delineano tante piccole storie, i Massimo Volume insegnano) gira tonda come la catena di una bicicletta oliata a dovere, stride, a tratti si ammorbidisce e riparte con la stessa grinta dell’inizio fino all’epilogo in rock’n’roll style, Your Party Is Gravy appare più agile e accessibile, forse sarà il frutto del cantato magnifico, quasi spoken word, di Giulia, ma le liriche spezzano le gambe anche in questa occasione, sembra una bella festa, ballano tutti e tutti si divertono ma la fine è vicina, più di quanto si possa immaginare.
Approdiamo infine negli eletti lidi di No Return, la superba traccia di chiusura che al netto rimane la mia preferita in assoluto, un capolavoro di stile e di intenzione, pseudo ballad malata e dissonante, sullo sfondo i Pixies di Ed Is Dead, protagonisti i Cowards in tutto il loro splendore, le voci amalgamate, la sezione ritmica serrata e dilatata al tempo stesso, le ripartenze clamorose, la chitarra che viaggia a livelli inverosimili, non riesco a togliermela dalla testa, come un tarlo, come un mantra, over and over again.
I Cowards sono tornati con un grande lavoro ed è impossibile non accorgersene perché i Cowards sono ribellione, rivoluzione, urgenza, passione e distruzione.
I Cowards sono purezza nel caos.
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