Leva
Adrift
(Icy Cold Records)
post-punk, new wave, shoegaze
Per fortuna esistono ancora musicisti che non perdono tempo a scrivere sempre la stessa canzone, artisti che continuano nel percorso di ricerca, sperimentazione, studio, confronto diretto con il proprio io più profondo e il mondo circostante, insomma menti illuminate alla ricerca del suono perfetto, del modo più giusto per raccontare le loro storie, capaci di comporre, suonare e cantare con grande passione e in certi casi (come questo) con una intensità tale da togliere il respiro.
Sì perché quando l’urgenza creativa è autentica e non finalizzata alla mercificazione arriva come un lampo nella notte a illuminare a giorno anche le anime meno avvezze allo status emozionale, quello che ascolterete (o avete già ascoltato) ne è dimostrazione lampante.
Parlo di Adrift, il nuovo album di Leva, scritto e registrato a Bologna e distribuito in parte dalla label francese Icy Cold Records, degno seguito di Zero, disco labirintico e liberatorio uscito nel 2023.
Per chi incappasse (fortunatamente per lui/lei) soltanto adesso nel progetto in questione va detto che Leva è il solo project di Leonardo Cannatella (chitarra/effetti/voce) che scrive e registra tutto da solo salvo poi farsi accompagnare live dal basso di Stefano Menghini.
La musica di Leva è un impasto incantevole di suoni e colori, chiudendo gli occhi si immaginano viaggi ai confini del mondo, oltre le nuvole, verso spazi lontanissimi privi di malefici, si sogna con i sensi accesi e il cuore in tumulto in questa affascinante peregrinazione tra ruvido post-punk, melodie estatiche, loop psichedelici, reverberi e delay, chitarre dreamy e linee vocali strepitose stipate in un sound compatto, allo stesso tempo sognante e aggressive.
Adrift – racconta Leonardo – “è un disco fuori tempo con tutte le volute imperfezioni che riportano l’uomo al centro della composizione e dell’esecuzione. Dieci tracce di una wave che trascina con sé tutte la contaminazioni degli ultimi quarant’anni, senza mai diventare un’operazione nostalgia. È il 2026 e siamo nel presente. Siamo nel qui ed ora, dove noia e solitudine generano l’esigenza di ritrovare connessioni con l’esterno in uno spazio infinitamente grande, fatto di tempo e distanze da percorrere, Adrift prova a raccontare alcune aree della vita umana nella società di oggi, dove arenarsi è più che mai una realtà inevitabile. Non c’è giudizio, solo presa di coscienza”.
I dieci brani inclusi si susseguono senza soluzione di continuità, come se a reggere l’intera struttura ci fosse un filo di seta sottile capace di creare una sorta di narrazione scorrevole e lineare, non una sbavatura o una nota fuori posto, un concentrato di magia allo stato puro elevato alla massima potenza dalla voce di Leonardo, sempre più matura, convincente, efficace, elegante e armoniosa.
La cosa davvero incredibile è che ci troviamo di fronte ad una serie di hit single di fattura sopraffina (quando va bene un full-lenght ne offre al massimo due o tre), alle vorticose cavalcate ossessive della sufficientemente oscura Cities’ Cancer, si alternano i ritmi incalzanti di Rebirth, le sovrapposizioni vocali della splendida NGNG, i turbamenti estatici di Fake, gli eccitanti giri di chitarra di Dirt and Dust, l’inquietudine quasi oppressiva di Clumsy Falls e ancora la languida sensualità di Indelible Memories fino ai loop micidiali di Do You Love Me.
Lascio per ultime le due tracce che amo in maniera particolare, nemmeno a farlo apposta si tratta dei brani di contenimento scelte per delineare il perimetro dell’intera narrazione, l’apertura affidata a Mask(uline) è una sorta di prologo ai capitoli successivi, al corpo dell’album che appare in tutta la sua infinita bellezza, questa sorta di maschera sulla (o della) mascolinità (o dovrei chiamarlo machismo assurdo e spregiudicato) muove i primi passi su stratificazioni di suono delicatissimi e la voce di Leonardo, suadente crooner, in primo piano, intento ad arrampicarsi sulle note fino all’esplosione pirotecnica dove regnano sovrani ritmi serrati, controtempi e chitarre languide mentre le luci si spengono sull’unica vera ballad presente ovvero la superba Fear, altra perla enigmatica e preziosa resa indimenticabile da una sofferta e disarmante prova vocale.
Adrift è un disco aperto, fluido, capace di fermare il tempo e sedurre irrimediabilmente chi lo ascolta e se ancora non prestate fede ai talenti nostrani è solo perché sul vostro cammino non avete incontrato Leva.
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