They Die: recensione di Smoke and Mirrors

Smoke and Mirrors è il nuovo album dei They Die. Tra i ritmi serrati e aperture melodiche tipiche del miglior gothic rock di matrice elettronica il disco esplora i temi delle illusioni e degli inganni.

They Die

 Smoke and Mirrors

(Swiss Dark Nights)

post-punk, goth rock, electro


Se, come me, amate sopra ogni cosa i suoni oscuri e i colori fuligginosi che ne derivano, Smoke And Mirrors, il nuovo album dei They Die, rappresenta la salvezza, l’eremo prezioso nel quale rifugiarsi, la panacea per tutti i mali.

I They Die, nascono nel 2020 durante il Covid, periodo tetro e angoscioso che purtroppo noi tutti ricordiamo bene (e come potremmo dimenticare quei lunghi ed oppressivi mesi di reclusione forzata?), uno dei momenti più cupi ed alienanti della storia recente capace di segnare in maniera indelebile la vita di ciascuno, compresi gli artisti che, per loro fortuna, hanno avuto la possibilità di giocare una carta vincente e salvifica ovvero quella di incanalare rabbia e frustrazioni nelle loro opere (sonore, letterarie e via discorrendo).

Mentre attorno a loro, il mondo sembrava spegnersi, i nostri hanno saputo riversare in maniera splendida quel senso di assedio opprimente misto alla fragilità della vita in otto tracce oscure, magmatiche e piene di fascino, le più intense e mature dall’inizio del loro percorso artistico, come se da quel trauma collettivo fosse scaturita una nuova scintilla creativa capace di trasformare il dolore in una serie di hit di post-punk viscerale.

O forse, chissà, la nuova linfa vitale è arrivata anche dal sodalizio a due (dopo una partenza in trio), essenziale e definitivo, composto da Simone Scarani (voce/testi/programmazione) e Massimiliano Griggio (chitarre) che insieme sono diventati anima unica e indivisibile del progetto vantando una coerenza umana e stilistica senza cedimenti o compromessi.

Smoke and Mirrors è un concentrato di emozioni potenti e intense, di quelle che ti entrano sottopelle per diventare carne e sangue, mescolarsi con gli umori interni e vivere di vita propria in un riciclo continuo delle stesse sensazioni che però si amplificano ascolto dopo ascolto perché ogni volta è come se fosse la prima quando si riescono a percepire dettagli e minuzie differenti.

I They Die, in costante e perenne evoluzione, hanno ormai definito un sound del tutto peculiare, plasmato su chitarre taglienti e synth ossessivi sui quali si appoggia la voce di Simone, profonda, lontana, evocativa, legata sì alla tradizione ma con lo sguardo dritto verso un modo di cantare attualizzato e moderno (passatemi il termine), l’ortodossia del suono degli esordi ancorato alla scena goth/post-punk/batcave lascia adesso ampio spazio all’elettronica muovendosi tra ritmi serrati e splendide aperture melodiche che accrescono di molto la magia dell’insieme.

Il duo non celebra la fine ma la documenta attraverso l’eleganza del buio e le liriche profonde incentrate sui grandi mali dei nostri tempi, l’illusione, la percezione e l’inganno, difendersi è necessario, salvarsi non è scontato ma la presa di coscienza è senza dubbio un’arma infallibile per la sopravvivenza.

Pulsazioni elettroniche imperversano nella quasi soave Borderline impreziosita da interessanti effetti vocali e nella coinvolgente Timeline, in odore eighties, No Face riporta il suono alla notte dei tempi tra goticismi e ritmi incalzanti, Karmic Shit avanza spettrale e labirintica enfatizzata da una grande prova vocale di Simone che riesce ad evocare fantasmi di altre epoche, loop ipnotici si insinuano nelle trame caliginose di Darkness and Lust mentre la title track si accosta dolcemente alla darkwave più canonica, uno dei brani più tondi e incisivi del full-lenght.

Ma è sul finale che il duo sorprende a dismisura, Not Done è una ballad, sì avete capito bene una ballad, dal sapore introspettivo e maliardo, naviga macilenta tra sabbie mobili inestricabili dalle quali si fatica ad uscire indenni e poi la chiusura affidata alla coraggiosa e strabiliante cover di Paranoid, capolavoro dei Black Sabbath, ripresa, riveduta e corretta in maniera esemplare, perfino Ozzy avrebbe applaudito a scena aperta.

Dai giorni del silenzio assordante in cui sono nati alle luci stroboscopiche di Smoke and Mirrors i They Die proseguono incessanti il loro viaggio sonoro e migliorano ogni volta, come il buon vino.

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