Cobol Pongide
Kosmodrom
(Dischi Durevoli Records/Goodfellas)
avant-synth, synth-pop, elettronica
Se pensate che la musica non sia più in grado di sorprendervi, che tutto sia già stato detto e che le note (in fondo) siano solo sette, non avete mai ascoltato un album dei Cobol Pongide. Provate a fondere il synth-pop e l’elettronica realizzati con strumenti giocattolo e modelli decisamente vintage e accostate il genere così ottenuto a storie legate allo spazio, alla fantascienza e alla scienza. Per ultimo, condite il tutto con un tocco pop che crei un senso di familiarità. Ed ecco Kosmodrom, il quarto album del progetto formato dall’umano Cobol e dal robot Emiglino Cicala, destinato a farvi ricredere sul futuro del panorama musicale nostrano.
In Kosmodrom, parola che è simbolo di un’umanità in costante allenamento per la vita tra le stelle, i Cobol Pongide danno vita a “un sound retro-futurista per resistere al capitalismo spaziale”. Nelle sue 18 tracce, frutto di un’esplorazione musicale fatta di console vintage, Commodore 64, tastierine giocattolo, synth obsoleti e batterie elettroniche primordiali, ci troviamo all’interno di un’epopea cosmonautica operaia, a cavallo tra passato e futuro, nella quale siamo costantemente preda di dubbi e domande.
Ogni brano prende spunto da eventi legati alla storia della terra e alla biologia per portarci a riflette su tematiche contemporanee, senza dimenticare l’importanza di un’azione politica che risulta necessaria per sconfiggere il capitalismo imperante che al giorno d’oggi si traduce nelle grandi imprese spaziali in mano alle corporation private (Umani tanto strani e Solaristica).
Ma a dispetto delle tematiche trattate, del linguaggio alto e della fine arguzia, la band riesce ad agganciare l’interesse dell’ascoltatore medio grazie a degli splendidi accenni di cultura pop (come, ad esempio, “datemi un martello” su Datemi il genoma e “Ufo Robot” in Flessibilità), perfetti per colmare il gap intellettuale che altrimenti ce li avrebbe fatti sentire un po’ distanti.
Kosmodrom è un’ode a un mondo affascinante e misterioso, ancora da esplorare e per questo aperto a tutto, ma è anche un’invettiva contro il capitalismo e – perché no – uno spunto di riflessione diverso sul futuro della razza umana.
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