Calibro 35: recensione di Exploration

Exploration è probabilmente uno degli album più riusciti della carriera dei Calibro 35: colto, accessibile e coinvolgente, senza confini di genere né di tempo.

Calibro 35

Exploration

(Record Kicks)

sonorizzazioni cinematiche, soundtrack, jazz, disco funk, groove afrobeat, boogie, breakbeat hip-hop, bossa-soul

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Con quasi vent’anni di carriera alle spalle e a distanza di circa otto mesi dalla pubblicazione di Jazzploitation, i Calibro 35 tornano in scena con Exploration, edito per Record Kicks, un lavoro che segna un’espansione decisa rispetto al disco precedente.

Il titolo è già di per sé una chiara dichiarazione d’intenti, perfettamente aderente al contenuto: infatti, Exploration esplora, rilegge, contamina e si lascia contaminare. Come direbbero i Linea 77: “È sempre risvegliando il passato che creo il mio futuro plasmando il presente”.

Se Jazzploitation ha rappresentato un raffinato esercizio di stile tra jazz e cultura audiovisiva, Exploration ambisce a una portata più estroversa e interculturale: una vera e propria mappa sonora che connette influenze e linguaggi differenti, oscillando con naturalezza tra scuole strumentali eterogenee – dal soul jazz al groove funkadelico, dalle atmosfere cinematiche ai ritmi di bossanova e beat urbano.

Come afferma Gabrielli, “siamo nati con occhi rivolti al passato e al futuro, fatichiamo col presente”, e quest’album incarna appieno questa tensione temporale, questo spirito, mostrandoci un collettivo in pieno controllo dei propri mezzi, sia nella padronanza tecnica sia per le qualità compositive, che non si limita a un esercizio di stile ma va in profondità nei riferimenti, restituendoli con una produzione moderna e limpida.

In questo nuovo capitolo discografico, il quartetto milanese – composto da Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Fabio Rondanini e Tommaso Colliva – si muove tra composizioni inedite e riletture di classici del passato, reinterpretati con un approccio più contemporaneo e un’impronta più asciutta e meno fusion: da Nautilus di Bob James, con riff orchestrali taglienti e tessiture misteriose in equilibrio tra jazz acustico e certa densità breakbeat hip-hop, a Coffy Is the Color di Roy Ayers, immersa in un groove disco-funk che rimanda ai Daft Punk, passando per le tinte funk-caraibiche di Jazz Carnival degli Azymuth e la cosmic-disco di Discomania di Piero Umiliani, entrambe rivisitate con un sound più psichedelico e ritmi sincopati orientati all’afrobeat.

Ci sono anche Lunedì Cinema, la sigla di Lucio Dalla, riletta in chiave bossa‑soul insieme al cantautore e polistrumentista Marco Castello, il tema di Mission Impossible, riproposto in una accattivante veste funk‑cinematica, e una versione più compatta dell’ipnotica Chameleon, grande classico jam-funk di Herbie Hancock.

Rivisitazioni che, anche quando apparentemente più leggere e prevedibili per virtuosismi e citazionismo, non sono mai semplici divertissement, bensì parte integrante di un viaggio che non ha bisogno di parole e che riduce la distanza tra memoria e riscrittura.

I brani originali non sono da meno: Reptile Strut, singolo apripista che celebra il rettile come emblema di rigenerazione, si sviluppa attraverso incalzanti rabone funky nello stile poliziottesco delle colonne sonore italiane degli anni 70, dando l’idea dell’energia da inseguimento urbano di Sabotage dei Beastie Boys, ma ovviamente con una costruzione strumentale più levigata. The Twang mescola echi tarantiniani e boogie funk; una specie di western elettrico che fa pensare a Morricone, ma anche a certe espressioni di Calexico, Khruangbin o Nu Genea. Pied de Poule scorre invece tra noir cinematografico e groove funk, quasi a voler raccontare storie che dal mediterraneo si tuffano oltreoceano.

Nel complesso, Exploration è probabilmente uno degli album più riusciti della carriera dei Calibro 35: colto, accessibile e coinvolgente, senza confini di genere né di tempo. L’impressione è quella di un laboratorio artigianale nel quale i Calibro 35, con maestria e maturità ormai consolidate, rimangono fedeli ai loro repertori vintage-retrò senza mai smettere di evolversi, schivando ove possibile le trappole della nostalgia e riuscendo nell’impresa di far suonare il passato come una cosa nuova.

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