Brimstone Howl: We Came In Peace

Per i nostalgici del passato una cosa è sicura: o ameranno alla follia questo album o lo odieranno profondamente. Non esistono mezze misure quando la voce è quella che è. Quella di un Elvis ringiovanito, con qualche chilo di meno e incattivito dagli anni Novanta. Sono i Brimstone Howl, la più tipica espressione del garage rock. Le giovani vittime della British invasion targata anni Sessanta

Brimstone Howl

We Came In Peace

(CD, Alive Records, 2008)

punk, blues, garage

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Attivi dal 2002, partono col nome di Caeser to Greaser, cambiano poi in Zyklon Bees – allusione al gas usato dai nazisti nei campi di sterminio – che loro malgrado non passa inosservato causando non poche polemiche. Tanto che il gruppo si è trovato, quindi, costretto a cambiare nuovamente nome, questa volta nella soluzione definitiva (per ora!): Brimston Howl.

La giovane età di Nick Waggner (chitarra e voce), Jhon Ziegler (chitarra e voce), Calvin Retvlaff (batteria) e Matt Shaughnessy (basso), sarà inversamente proporzionale al valore mitologico di una musica come quella che esce dai loro strumenti? Sfornando un lavoro dietro l’altro (Seven Mean Runs del 2005, Bang! Bang! Bang! Bang! Bang! Bang! Bang! del 2005, Guts of Steel del 2007) i Brimstone si sono fatti strada tra ambienti post-punk e inni all’odio, anche se si presentano in puro stile oldies.

Registrate in soli 4 giorni, sotto lo sguardo amorevole del produttore Jim Diamond (per intenderci, quello che ha prodotto The Withe Stripes, The Witches, Electric Six e tanti altri), le tracce dell’ultima fatica We Came in Peace sembrano quasi venire da un altro tempo in cui The Stooges e Rolling Stones erano baldi giovincelli. Tutta colpa di quel caldo blues che come fumo avvolge i beat che sembrano trattenuti da passi spostati lentamente su una strada polverosa. Parliamo di Obliterator, la traccia migliore, in cui quel calore arriva da ogni direzione, da ogni vibrazione, da ogni corda sedotta e abbandonata. Notevole anche A million years dalle ritmiche dinamiche e instancabili. Il contorno non ci dà niente di nuovo. Si tratta di un giovane vecchio rock che incalza con chitarre infuocate (che spesso sentono la pretesa di squarciare le onde sonore), con un basso sferzante (che ci tiene a farsi sentire) e delle ritmiche davvero inarrestabili. Almeno fino alla prima metà dell’album, poi con Hero of Gold l’atmosfera si fa più cadenzata. Segue la cupa The world will never know, un parlato che diffonde una strana pacatezza bilanciato comunque dalle perversioni/distorsioni stonate della chitarra. Traccia anomala questa, in cui ci si aspetta l’irruzione del caos da un momento all’altro ma che – posso svelarvi il finale? – in realtà continua con una sottospecie di marcia funebre fino alla fine…

Ma non perdetevi d’animo perché poi ritorna il solito. We came in peace fonde divertimento e sana ironia nei giochi vocali e nelle strampalate urla del signor Ziegler. La varietà e l’originalità non saranno proprio le armi vincenti dei Brimstone Howl, ma quel filo conduttore a cui si appigliano, e che inseguono con coraggio nelle 15 tracce dell’album, mostra un buon livello sia di ritmica che di sound.

Niente di originale insomma. Ma cosa ci potevamo aspettare da una voce così? Ascoltare per credere.

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Emiliana Pistillo
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