Beach House: recensione di Once Twice Melody

Il duo dream pop Beach House manda alle stampe il suo ottavo album Once Twice Melody: un corposo volume di contaminazioni eterogenee in cui le manipolazioni elettroniche fanno da filo conduttore emotivo tra i diciotto episodi della release.

Beach House

Once Twice Melody

(Sub Pop Records)

dream wave, vapor wave, elettronica, atmospheric, elettroacustica, slowcore, shoegaze, chill wave

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recensione beach house once twice melodyA distanza di quattro anni dalla precedente pubblicazione, il duo dream pop di Baltimora Beach House torna sulle scene musicali mandando alle stampe il suo ottavo album intitolato Once Twice Melody, edito per Sub Pop Records.

Prodotto e composto interamente da Victoria Legrand, cantante e polistrumentista, e Alex Scally, chitarrista e polistrumentista, Once Twice Melody è un lavoro discografico dalla lunga gestazione (registrazioni iniziate nel 2018 e completate a luglio dello scorso anno), che va controcorrente rispetto alle strategie di marketing del music business contemporaneo, suddividendosi in quattro capitoli rilasciati di recente a quasi un mese di distanza l’uno dall’altro, per un totale di ben diciotto tracce, ognuna delle quali accompagnata da un lyric video animato.

Quattro paragrafi sequenziali dai colori cangianti, come fossero scatole cinesi di grandezza crescente all’interno del medesimo cofanetto, che vanno a definire l’impianto audiovisivo e melodrammatico di Once Twice Melody: un corposo volume di contaminazioni eterogenee e pozioni sonore ipnotiche, patinate e caramellose diluite in soluzioni narcolettiche, in cui le manipolazioni elettroniche fanno da filo conduttore emotivo tra i diciotto episodi della release.

Uno scrigno di storie fiabesche, viali circondati da boschi magici e mondi incantati, uno dentro l’altro, colorati di bianco e oro antico (come raffigurato nell’artwork), al cui interno atmosfere oniriche e luccicanti chill-wave si mescolano a ritmiche elettriche stilose e glucosiche, in un flusso caleidoscopico multiforme, extrasensoriale, romantico e sfarzoso (per non dire parossistico o ridondante) che finisce per incanalarsi nella retrospettiva strumentale di quella parabola barocca, edonista, variopinta e artificiale che ha contraddistinto, in ogni sua forma, la macro-epoca degli anni ’80 e ’90.

Uno spartito extra large che lievita lentamente, dove sintetizzatori, drum machine, arpeggi cristallini di chitarra acustica e una maestosa orchestra d’archi (arrangiati da David Campbell) disegnano, con eleganza, quello che è il nuovo step della traiettoria “beachousiana”, generando climatizzazioni eteree, vaporee, evanescenti e amniotiche, le quali sembrano rifugiarsi altrove, magari all’ombra di silhouette catchy, agrodolci, pulsanti, contagiose e ballabili, accompagnate, a loro volta, da un celestiale shoegaze, uno slowcore spirituale, e dalla candida sensualità proveniente dallo spoken word filtrato, delicato, soffice, sensuale e balsamico di Victoria Legrand.

Un repertorio suggestivo, damascato, e comprensivo di una rarefatta malinconia di fondo, che sembra raggiungere una quiete gentile, dilatata e magnetica, facendo da collante immaginifico tra Jesus and Mary Chain, Slowdive e Cocteau Twins, attraverso una dimensione senza tempo in cui la raffinatezza magnetica degli Still Corners si dissolve nelle granulose introspezioni sintetiche dei Tame Impala e in quell’elettronica dal tocco francese degli Air.

Miss Beach e Mister House, mossi dallo stesso narcisismo metafisico dei coniugi Mimi Parker e Alan Sparhawk, si affacciano sulla fuggevole condizione della modernità con sguardo riservato e intimamente passionale; una prospettiva che si riflette nell’inconsolabile dolcezza dei nostri volti sfioriti e appassiti, quando con la nostalgia di quei giorni appartenenti alle remote cornici dell’adolescenza, quando rimpiangendo le scelte azzeccate, le occasioni mancate, gli incontri, gli addii e le piccole fughe dalla noia della realtà. Sì, perché il mondo reale è diventato noioso, senza più equivoci, né emozioni. E così, i Beach House, resistendo alle dinamiche alienanti dell’attualità, sognano e inventano percorsi alternativi, paralleli, rubando lune di marzapane e fantasie galattiche.

Rievocando un sound che quarant’anni fa guardava al futurismo odierno e che oggi, invece, vive cristallizzato nell’estetica glamour di una saudade fuori moda, il duo statunitense mette insieme una vasta gamma di beat circolari, gommosi, riverberati, laccati, glitterati e cellophanati al profumo di vaniglia e ricamati di seta morbida, trovando la complicità complementare di una pasta timbrica sussurrata, ovattata, neniosa e indolente.

Fluttuando in uno spazio indefinito fatto di frolla psichedelica, ogni nota di Once Twice Melody si diffonde con elegiaca armonia, muovendosi nello stomaco come uno sciame di farfalle e tuffandosi nel tiepido calore dei tramonti settembrini, nella spensieratezza autunnale dei paesaggi bucolici e nelle premurose effusioni dei risvegli mattutini, aggrappandosi all’ingenua illusione dei “per sempre” e alla memoria epidermica di quei vecchi fotogrammi che brillano lontani dagli occhi, ma non dal cuore e dalla testa.

Once Twice Melody è l’ennesimo manifesto sentimentale nei confronti di quel pezzo d’antiquariato che è il new pop, sulla scia di un revival musicale che si lascia cullare ed accarezzare da onde elettro-emotive e che sfrutta la fertilità del passato per compensare l’aridità del presente. Il tutto conservando, comunque, al netto di qualsiasi allusione e ispirazione di sorta, quel trademark identitario a firma Beach House e seguendo una certa linearità depressiva nel modus operandi scritturale.

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Andrea Musumeci
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