Autumn Fires
Bloom.
(Marshall Records)
punk-rock, pop-punk, alternative
C’è qualcosa di programmatico nel titolo scelto dagli Autumn Fires per il loro primo EP su Marshall Records. BLOOM. — con quel punto finale che sembra voler chiudere un cerchio e aprirne un altro — non è soltanto un disco: è la dichiarazione d’intenti di una band che ha guadagnato il proprio posto sul palco nel modo più duro e meritato possibile, vincendo la competizione annuale The Deal, organizzata da Kerrang! Radio in collaborazione con Marshall. Un premio che ha fruttato al quintetto di Milton Keynes un’apertura sul palco Fresh Blood del Download Festival 2025, la possibilità di registrare al leggendario The Marshall Studio e, infine, la pubblicazione di questo disco.
Gli Autumn Fires non sono nati dalla casualità di una serata in un locale, ma dalla necessità. Durante la pandemia, la cantante Charlotte Haimes, dopo aver lasciato la sua precedente band, ha cominciato a costruire questo progetto insieme al chitarrista Callum Skea, assemblando poi il resto della formazione: Luca Testa alla seconda chitarra, Neil Dowd al basso e Daryl Humphries alla batteria. Cinque musicisti con anni di gavetta alle spalle, ognuno con radici nell’underground alternativo britannico, che hanno trovato nella musica una lingua comune e nella scena punk-rock uno spazio di appartenenza da restituire al pubblico.
Le influenze del gruppo sono dichiarate e riconoscibili, ma non soffocanti. Si avverte il peso specifico dei The Story So Far, con la loro capacità di costruire melodie vocali potenti su strutture chitarristiche aggressive; si sente l’eco dei Tonight Alive, soprattutto nella capacità di Charlotte Haimes di muoversi tra fragilità ed energia senza perdere credibilità; e si ritrova la pulizia ritmica e l’istinto da arena degli State Champs e dei Knuckle Puck. Chi mastica il genere ritroverà anche qualche lampo che rimanda ai primi Paramore e agli Against The Current nelle sezioni più melodicamente elaborate. Tutto questo, però, viene processato con una consapevolezza stilistica che evita la semplice fotocopia.
A fare la differenza sul piano sonoro è il lavoro del produttore e fonico Romesh Dodangoda, candidato ai Grammy e ai Mercury Prize e già al lavoro con i Bring Me The Horizon, le Nova Twins e i Funeral for a Friend. Dodangoda costruisce un suono che privilegia la chiarezza e il peso simultaneamente: le chitarre mordono senza sporcare, la sezione ritmica è secca e precisa, la voce di Haimes vive su uno strato proprio che la separa dall’impasto strumentale senza isolarla. Il risultato è un disco lucidato quanto basta per risultare radiofonico, ma abbastanza grezzo da non sembrare sterilizzato.
L’EP si apre con Fall For You, il singolo di lancio accompagnato da un videoclip, ed è una scelta azzeccata. Il brano è costruito su riff di chitarra con palm muting pulsante, un inciso che si apre con naturalezza ed esplode con la leggerezza contagiosa di una canzone estiva. Charlotte Haimes ha spiegato di essersi tenuta lontana dalle canzoni d’amore felici per anni, per non cadere nella banalità; poi il fidanzamento ha cambiato le carte in tavola. Il testo racconta la storia di chi aveva deciso di restare single e si è ritrovato travolto dall’inaspettato, con una sincerità che salva il pezzo da qualsiasi deriva sentimentale. Energica, diretta, progettata per essere cantata a voce spiegata.
Gone By June sposta il registro verso la rottura sentimentale, e lo fa con una grinta che ricorda esplicitamente gli State Champs — riferimento dichiarato dalla stessa band durante la promozione del singolo. Le chitarre si fanno più aggressive, il ritmo si stringe, l’arpione melodico del ritornello è immediato e pensato per far muovere i corpi sotto un palco. C’è una sezione centrale con un’introduzione vocale del bassista Neil Dowd — un dettaglio bizzarro e autoironico che i fan del gruppo hanno già adottato come signature moment — che aggiunge una nota di personalità in un genere che rischia spesso l’uniformità.
Closure cambia passo senza abbandonare il nucleo sonoro dell’EP. I tempi si dilatano leggermente, le chitarre guadagnano spazio e respiro, la sezione ritmica lavora con più deliberatezza. Il ritornello non esplode ma si gonfia, come un’onda che cresce lentamente invece di rompersi d’improvviso, e questa scelta lascia più spazio alla vulnerabilità del testo. È il pezzo più maturo del disco, quello in cui si avverte più chiaramente la mano di Dodangoda nel costruire dinamiche invece di semplice volume.
Running Away chiude il cerchio portando in primo piano la voce di Haimes come mai prima nel corso dell’EP. La cantante ha dichiarato di amare il linguaggio metaforico e la scrittura poetica rispetto a quella letterale, e in questo brano quella tendenza trova la sua espressione più compiuta. La canzone è un veicolo narrativo e la voce ne è la protagonista assoluta, sorretta da un tappeto strumentale che sa quando farsi da parte.
BLOOM. non reinventa il genere e non pretende di farlo. È un disco di pop-punk moderno costruito con intelligenza, suonato con energia e registrato con professionalità. Quattro brani in grado di coprire un arco emotivo credibile — dall’euforia dell’amore inaspettato alla rabbia della fine, dalla riflessione alla fuga — senza che nessun brano suoni fuori posto o approssimativo. Per una band che ha dovuto guadagnarsi ogni palco, ogni studio e ogni nota, è un debutto discografico degno del momento.
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