Apparat
A Hum Of Maybe
(Mute)
experimental, elettronica
Sei anni sono un tempo lungo nella musica elettronica contemporanea, un’era in cui tendenze, etichette e linguaggi si consumano con una velocità brutale. Eppure Sascha Ring, al mondo conosciuto come Apparat, non ha fretta. Non l’ha mai avuta, o almeno non nel senso commerciale del termine. A Hum Of Maybe, suo sesto album in studio, è la prova che il silenzio, quando è abitato da un’intelligenza creativa come la sua, può trasformarsi in combustibile.
Per comprendere il significato di A Hum Of Maybe nella traiettoria di Sascha Ring, è necessario risalire alle origini. Nato il 27 giugno 1978 a Quedlinburg, nella Germania dell’Est, Ring arriva a Berlino nel 1997, attirato dall’esplosione della scena elettronica che in quegli anni trasformava la capitale riunificata in uno dei centri creativi più fertili al mondo. Lì cofonda l’etichetta Shitkatapult con T. Raumschmiere, e nel 2001 pubblica il suo disco d’esordio Multifunktionsebene, ancora radicato nella techno orientata alla pista da ballo ma già percorso da fremiti di qualcosa di diverso.
Nel giro di pochi anni, Ring compie una progressiva metamorfosi. Abbandona i canoni del dancefloor per abbracciare territori più rarefatti: musica d’ambiente, IDM, elementi di musica da camera, glitch come elemento espressivo consapevole. Il suo stile inizia a ibridarsi in modi inattesi, avvicinandosi ora allo shoegaze nella sua componente atmosferica, ora alla musica classica nei momenti di maggiore rigore compositivo. Le influenze di Autechre e Alva Noto, entrambi pionieri della musica elettronica sperimentale tedesca, si mescolano a quelle di Four Tet e Fennesz — artisti capaci di fare dell’errore, del rumore e della texture un linguaggio emotivo — fino a sfumare verso i grandi compositori del novecento europeo.
Nel 2009 la collaborazione con i Modeselektor — Gernot Bronsert e Sebastian Szary — dà vita ai Moderat, supergruppo che porta il nome di Berlino su scala globale, fondendo l’approccio più accessibile e anthemico dell’electro-pop con la raffinatezza produttiva di Ring. I quattro album del trio — Moderat (2009), II (2013), III (2016) e More D4ta (2022) — costruiscono una mitologia collettiva che ancora oggi attraversa i confini tra club culture e ascolto domestico. Ma Apparat, come progetto solista, è sempre rimasto il laboratorio più intimo di Ring, quello in cui si parla sottovoce delle cose importanti.
Nel frattempo Ring vince il Premio David di Donatello e il Premio Piccioni al Festival del Cinema di Venezia per le colonne sonore dei film Il giovane favoloso (2014) e Capri-Revolution (2018), entrambi diretti da Mario Martone — un legame con l’Italia che si traduce anche in un riconoscimento istituzionale del suo talento compositivo. Il suo quinto album solista, LP5 (2019), viene candidato ai Grammy Awards nella categoria Miglior Album Dance/Elettronico e vince il premio europeo IMPALA come Album Indipendente dell’Anno — un risultato straordinario per un musicista che ha sempre rifiutato le scorciatoie.
Dopo LP5, Ring si trova di fronte a qualcosa che per un artista della sua levatura può sembrare paradossale: un prolungato blocco creativo. Il legame con la musica si allenta, sembra perduto, irrintracciabile. Il silenzio non è più fertile ma opprimente. Per uscirne, Ring si impone una disciplina radicale: produrre un’idea musicale al giorno, senza giudicarla, senza cercare la perfezione, senza nemmeno sapere dove porterà. Bozzetti incompleti, frammenti, schizzi sonori accumulati per oltre sei mesi nel 2025. Un processo terapeutico prima ancora che artistico, che pian piano restituisce a Ring la fiducia in se stesso e nel proprio metodo.
Dalle centinaia di frammenti così generati emergono le undici tracce di A Hum Of Maybe, disco il cui titolo è già di per sé un manifesto. Il forse del titolo non è incertezza debole, ma uno spazio vivo in cui le cose accadono. Né un sì né un no, come spiega lo stesso Ring: un ronzio di possibilità sospese, un limbo che non è vuoto ma potenziale. Come recita la sua dichiarazione d’intenti, quella zona intermedia — tra analogico e digitale, tra uno e zero, tra luce e ombra — è il luogo in cui la vita davvero si svolge.
Al centro del disco c’è l’amore: per se stesso, per sua moglie, per sua figlia. Una triade di affetti che diventa il perimetro entro cui orientarsi nel mezzo del turbamento. Proteggere quell’amore, calibrarlo continuamente, non darlo per scontato — questi sono i temi che percorrono ogni traccia del disco, esplicitamente o implicitamente.
Ring ha registrato A Hum Of Maybe con i collaboratori di sempre, costruendo un ambiente di studio in cui il dialogo artistico è strutturale e non accidentale. Al centro di tutto c’è Philipp Johann Thimm — violoncello, pianoforte, chitarra — che ha co-scritto e co-prodotto l’intero album, conferendo alle tracce una dimensione organica e cameristica raramente raggiunta nella musica elettronica contemporanea. Accanto a lui, Christoph detto Mäckie Hamann al violino, tastiere e basso; Jörg Wähner alla batteria — già presente nella storica formazione live di Apparat sin dai tempi di Walls —; Christian Kohlhaas al trombone, che aggiunge un ulteriore strato di colore timbrico alla tavolozza sonora.
Due ospiti rendono A Hum Of Maybe ancora più ricco di sfumature. KÁRYYN, cantante e compositrice armeno-americana e compagna di etichetta di Ring alla Mute Records, compare in Tilth, portando una qualità vocale rarefatta e rituale che entra in risonanza perfetta con l’estetica generale del disco. Jan-Philipp Lorenz, musicista berlinese con base anche a Roma che opera sotto il nome Bi Disc, contribuisce invece a Pieces, Falling, traccia che ne porta il segno in modo riconoscibile.
Ascoltare A Hum Of Maybe è un’esperienza che richiede attenzione e disponibilità. Non è un disco che si lascia catturare alla prima ascolto, ma che si apre progressivamente, rivelando strati e dettagli a ogni nuova fruizione. Ring costruisce un suono che non appartiene a nessun genere in modo esclusivo: è musica elettronica nella struttura, da camera nella strumentazione, introspettiva nelle intenzioni.
Glimmerine, brano d’apertura, stabilisce subito le coordinate: trame sintetiche che si stratificano con lentezza su un tessuto percussivo delicato, mentre la voce di Ring — sempre caratteristica nel suo canto sommesso e carico di riverbero — guida l’ascoltatore dentro un’atmosfera sospesa. A Slow Collision spinge sull’acceleratore in modo inatteso: gli elementi elettronici si fanno più audaci, le strutture ritmiche più marcate, in un contrasto che ricorda la capacità dei Radiohead di tenere insieme il cerebrale e l’emotivo — un confronto non casuale, visto che la critica anglosassone ha già accostato questo disco al lavoro solista di Thom Yorke.
Gravity Test esplora le dinamiche tra spazio e peso, tra l’espandersi e il ritrarsi di certi suoni che sembrano gravitare l’uno verso l’altro. Tilth, con la partecipazione di KÁRYYN, è forse il momento più insolito e affascinante del disco: la voce della cantante si muove su un tappeto sonoro quasi rituale, con una qualità arcaica che trasforma il brano in qualcosa di difficilmente categorizzabile.
La title track Hum Of Maybe è costruita attorno a un pattern ritmico motorik — quella pulsazione ipnotica e ostinata che rimanda alla tradizione krautrock tedesca, da Can a Neu!, parte del DNA profondo della musica sperimentale germanica — su cui si innestano suoni simili a sirene, una chitarra acustica e texture vocali leggere nel ritornello. Ring ha descritto il brano come la traduzione sonora dell’esperienza di sentirsi intrappolati nei propri pensieri, con le stanze che sembrano troppo piccole e il tempo che si piega in modi strani.
An Echo Skips A Name affronta con delicatezza il tema dell’allontanamento graduale in una relazione, quel processo che Ring chiama dissolvenza della riconoscenza. La traccia è presente nell’album sia nella versione standard sia in una presa alternativa — disponibile nell’edizione digitale — che offre una prospettiva sonora leggermente diversa sullo stesso materiale emotivo.
Enough For Me e Lunes si muovono nel territorio più melodico e accessibile del disco, con strutture più lineari e ritornelli che rimangono in memoria. Williamsburg — un nome che evoca la città, il quartiere, forse una memoria specifica — introduce un elemento quasi narrativo, con una qualità cinematografica che ricorda le colonne sonore composte da Ring per il cinema italiano.
Pieces, Falling, con il contributo di Bi Disc, è uno dei momenti più frammentati e intriganti del disco: elementi che cadono, che si scompongono, che cercano di ricomporsi in una forma che rimane sempre parzialmente irrisolta. Recalibration, brano conclusivo, chiude il cerchio tematicamente prima ancora che musicalmente: il ricalibrarsi continuo come condizione dell’amore e dell’esistenza, il fare e disfare delle certezze come pratica quotidiana.
Il paesaggio sonoro di A Hum Of Maybe si comprende meglio se si tiene a mente la genealogia artistica di Ring. La tradizione techno berlinese — Ellen Allien, con cui Ring ha collaborato in passato su Berlinette (2003) e Orchestra of Bubbles (2006) — ha posto le fondamenta ritmiche su cui ha poi costruito tutto il resto. L’IDM di Autechre e Alva Noto ha insegnato a Ring come fare dell’errore e dell’asimmetria un valore estetico. Four Tet e Fennesz hanno mostrato come la musica elettronica possa contenere la stessa temperatura emotiva di un brano cameristico scritto con penna e carta.
I riferimenti più evidenti in A Hum Of Maybe sono però altri. La musica da camera europea — Satie, Arvo Pärt nella sua Tintinnabuli — affiora nei momenti di maggiore spogliamento. Il lavoro solista di Thom Yorke, in particolare album come The Eraser e Tomorrow’s Modern Boxes, è il parallelo più frequentemente citato dalla critica internazionale, e non a torto: la stessa idea di usare la voce come strumento melanconico su fondali elettronici rarefatti accomuna i due artisti in modo sostanziale. In certi passaggi più ritmicamente determinati, si sente anche l’eredità del minimalismo motorik tedesco, quella pulsazione ciclica che da Can e Kraftwerk in avanti ha attraversato decenni di musica sperimentale.
A Hum Of Maybe non è un disco facile, ma è un disco necessario. Necessario per Sascha Ring, che ci ha costruito dentro il percorso di uscita da un silenzio creativo che rischiava di diventare definitivo. Necessario per l’ascoltatore, che vi trova un invito raro a stare nella complessità senza cercare risposte semplici. La sintesi tra musica elettronica e scrittura cameristica che Ring insegue da vent’anni non era mai stata così compiuta, così priva di compromessi, così personalmente radicata. È un disco sull’amore inteso come pratica quotidiana e instabile, sul limbo come condizione non da superare ma da abitare. Il ronzio del forse, alla fine, è il suono più onesto che si possa produrre.
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