Nothing
A Short History of Decay
(Run For Cover Records)
shoegaze, dream pop
Ci sono dischi che arrivano e passano, e poi ci sono dischi che rimangono. A short history of decay, quinto album in studio dei NOTHING, gruppo shoegaze di Philadelphia guidato da Domenic “Nicky” Palermo, appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria. Pubblicato per Run For Cover Records, questo lavoro rappresenta non solo il punto più alto della carriera della band, ma uno dei momenti più significativi dell’intero panorama indie-rock contemporaneo.
Per comprendere il peso specifico di A short history of decay, occorre ripercorrere brevemente la traiettoria artistica dei NOTHING. Nata come progetto solista e cameristico nel 2010, la band ha progressivamente costruito una propria estetica riconoscibilissima, fondendo la tradizione dello shoegaze britannico — quella di My Bloody Valentine, Slowdive e Ride — con una rugosità tutta americana, fatta di distorsioni tagliate come lame e testi che trasudano disagio esistenziale.
Con Guilty of Everything (2014), i NOTHING si sono imposti come una delle realtà più interessanti della scena alternativa statunitense. Tired of Tomorrow (2016) ha consolidato quella promessa, mentre Dance on the Blacktop (2018) ha spinto il suono verso territori più raffinati e melodici. The Great Dismal (2020) ha poi segnato un’ulteriore evoluzione verso sonorità più cupe e industriali, che molti critici avevano già definito come la summa del progetto. Palermo, tuttavia, aveva ancora qualcosa da dire — anzi, aveva le cose più difficili da dire.
Ricaricato da una formazione rinnovata e solidissima, Palermo si è presentato in studio con Doyle Martin alla chitarra (già in Cloakroom), Bobb Bruno al basso (noto per il suo lavoro con Best Coast), Zachary Jones alla batteria (MSC, Manslaughter 777) e Cam Smith come terzo chitarrista (Ladder To God, anch’egli già in Cloakroom). Una squadra di musicisti con curriculum trasversali e complementari, capace di sostenere le ambizioni sonore più estreme del frontman.
La coproduzione è stata affidata a Nicholas Bassett, chitarrista dei Whirr e storico collaboratore di Palermo, con il quale il cantautore ha un’intesa artistica profonda e di lunga data. Il missaggio è stato curato da Sonny Diperri, già al lavoro con DIIV e Julie, garanzie di eccellenza nel trattamento sonoro di generi rarefatti e stratificati. La registrazione si è svolta interamente al Sonic Ranch, studio leggendario immerso in un’azienda agricola di oltre 1.700 acri in Texas, a due ore dal confine con il Messico — un ambiente surreale che ha inevitabilmente plasmato l’atmosfera del disco.
A short history of decay è, prima di tutto, un atto di onestà radicale. Palermo ha attraversato anni di tour frenetici, abuso di sostanze, relazioni logorate, accessi frequenti al pronto soccorso — tutto il prezzo che si paga quando si mette una band davanti a ogni altra cosa. La pausa forzata tra un ciclo discografico e l’altro, insieme alla realizzazione di un album collaborativo con i Full of Hell — When No Birds Sang, uscito nel 2023 — e all’organizzazione del festival multigenere Slide Away, ha offerto a Palermo qualcosa di rarissimo nella sua vita: il tempo per stare fermo e riflettere.
Quella riflessione ha portato in superficie realtà scomode. La più significativa è la diagnosi di tremore essenziale, disturbo neurologico progressivo simile al Parkinson, che causa tremori incontrollabili sia fisici che vocali. Una condizione ereditaria, già presente nella sua famiglia, che negli ultimi anni è diventata percettibile anche nella sua voce cantata. Piuttosto che mascherarla con strati di riverbero — il rifugio tradizionale dello shoegaze — Palermo ha scelto di esporla, di farne un elemento espressivo, quasi una firma.
Questa scelta coraggiosa innerva l’intera architettura del disco. Per la prima volta nella storia dei NOTHING, la voce di Palermo suona vicina, presente, vulnerabile — come se stesse cantando seduto di fronte all’ascoltatore invece che dietro un velo di effetti.
Il disco si apre con Never come never morning, brano nel quale Palermo affronta per la prima volta in modo diretto i ricordi legati a un’infanzia con un padre violento. Un inizio spiazzante per un gruppo che ha sempre preferito l’allusione alla dichiarazione. La canzone incorpora anche una sezione di ottoni curata da Jesus Ricardo Ayub Chavira, musicista di corridos incontrato durante una delle notti conviviali al Sonic Ranch — un dettaglio che aggiunge un’inattesa dimensione folk messicana all’apertura del disco.
Cannibal world è il primo singolo estratto e il manifesto del nuovo corso sonico dei NOTHING. Costruita su riff industriali e ritmi percussivi che evocano le migliori prove di My Bloody Valentine nella loro fase più destrutturata, la traccia fonde l’intensità abrasiva del post-industrial con una vulnerabilità emotiva che appartiene solo a Palermo. I loop di batteria costruiti da Zachary Jones risuonano come scariche di artiglieria, mentre le chitarre distorte si aprono come sinfonie di motoseghe.
La title track a short history of decay occupa il centro emotivo del disco, mentre the rain don’t care rappresenta la sua controparte lirica più malinconica: una ballata lenta e consumata che richiama la delicatezza disperata dei Mojave 3, con quella sensazione di eleganza logora che solo i grandi dischi sanno restituire.
Purple strings è probabilmente il momento più sorprendente dell’intera raccolta. L’arrangiamento per archi — impreziosito dall’arpa di Mary Lattimore, collaboratrice ricorrente della band — dona alla traccia una qualità barocca e funebre insieme, distante anni luce dai canoni dello shoegaze tradizionale ma perfettamente coerente con la nuova estetica del gruppo.
Toothless coal riprende il filo industriale di cannibal world, spingendo ancora più in profondità nel territorio delle sonorità meccanizzate. Ballet of the traitor aggiunge un’ulteriore sfumatura narrativa, mentre nerve scales sorprende per la sua struttura ritmica leggera e oscillante, che evoca in modo sorprendente il Radiohead della fase Kid A e Amnesiac — quel matrimonio peculiare tra atmosfere disumane e precisione quasi matematica.
Il disco si chiude con essential tremors, la traccia più autobiografica e disarmante dell’intera opera. Palermo mormora su una progressione accordale scarna, e il tremore della sua voce è udibile, reale, irrimediabile. La canzone cresce fino a un climax tipicamente NOTHING — distorsioni contorte, batteria fragorosa — ma la voce del cantante rimane sempre in primo piano, mai nascosta, mai al sicuro. È la fine di un capitolo e, forse, l’inizio di qualcosa di nuovo.
Le radici stilistiche dei NOTHING sono molteplici e stratificate. Il debito verso i My Bloody Valentine è evidente e dichiarato, soprattutto nell’uso della distorsione come elemento melodico e nell’impasto chitarristico che si fa texture prima ancora che riff. Lo shoegaze britannico di Slowdive e Chapterhouse ha plasmato il senso della profondità sonora e della riverberazione come spazio emotivo. I Radiohead compaiono come riferimento nelle costruzioni più atmosferiche e metricamente irregolari. I Mojave 3 emergono nelle ballate più disadorne. L’estetica industriale di gruppi come Nine Inch Nails o Jesu — con cui i NOTHING hanno già collaborato — riaffiora nelle tracce più aggressive e meccanizzate (ma ci sono anche echi dei Curve, cfr Cannibal world).
Ma A short history of decay non è un disco di citazioni. È un disco di sintesi. Palermo e i suoi hanno assorbito decenni di musica alternativa e li hanno restituiti in una forma personalissima, con un’identità che non assomiglia a nulla d’altro.
A short history of decay è un disco che si ascolta con una strana miscela di ammirazione e disagio — esattamente come dovrebbe fare la grande musica. È il resoconto onesto di un corpo che cede, di una mente che finalmente si ferma, di un artista che sceglie la verità invece del comfort. Palermo l’ha definito un capitolo finale, non della band, ma di un arco narrativo iniziato con Guilty of Everything dodici anni fa. Un cerchio che si chiude con la stessa franchigia con cui si era aperto, ma con molto più vissuto tra le righe.
Per chi ama lo shoegaze, il post-rock, l’indie alternativo nei suoi manifesti più ambiziosi, questo è probabilmente uno dei dischi dell’anno. Forse degli ultimi anni.
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