Andreotti: recensione di 1973

Ad un anno di distanza il misterioso Andreotti pubblica il secondo disco, 1973: 8 canzonette irriverenti e autorali, con un pizzico di nosense.
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Andreotti

1973

(MiaCameretta Records)

indie pop

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Andreotti_1973Un anno dopo l’esordio di 1972, il misterioso cantautore romano a nome Andreotti, che indossa la maschera di gomma dello scomparso personaggio politico, pubblica il seguito, 1973, 8 canzoni cantautorali omogenee e malinconiche stipate in poco più di mezzora.

Nella recensione del disco precedente, la collega Simona Fusetta parlava di liriche caustiche e nichilistiche, metafore e sogni surreali. Non si discosta di molto il modus operandi di questo nuovo album, un mantra “pop vecchio stile” che il polistrumentista misterioso ha autoprodotto per gioco, infarcendolo di gradevoli arrangiamenti.

Aperto dalla titletrack strumentale, 1973 è un progetto tra l’ilare e la canzone italiana anni 70: indie per il temperamento, cantautorale per le sonorità morbide, tenui e decadenti ritagliate su una voce sottile, soffusa, direi dimessa. Otto brani fuori dal radar, minimali e lo-fi, che passano in sottofondo durante l’oretta di lavoro e cazzeggio sui social, che si possono benissimo origliare senza prestare più di tanto l’attenzione.

Testi tra il nosense e piccole fotografie quotidiane, tra un Neruda che beve sambuca e un Batman che non ha nessuno che pensa a lui, l’autore ammette in Porno Amatoriale di avere “un accenno di maschilismo nelle vene che nessun dottore potrà curarmi”, cita i Righeira senza rimandi sonori e afferma che alla fine “noi siamo uguali a tanti stronzi che poi si dicono speciali come dei cowboy in un film di John Wayne, si speciali come un culo nudo in una toilet”.

Chi si nasconda dietro questo Andreotti continuerà a rimanere un mistero, probabilmente questi due dischi sono un modo per cavalcare l’attesa della fine di una pandemia insopportabile e va bene così. Ne sentiremo ancora parlare?

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Luca Paisiello
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