Amusement Parks On Fire: recensione di An Archaea

Sono tornati gli Amusement Parks on Fire: An Archaea è vita e morte, libertà e catarsi, cieli stellati e bufere ingestibili, un disco fresco e godibilissimo.

Amusement Parks On Fire

An Archaea

(EGB Global)

shogaze

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Amusement-Parks-On-Fire-recensione-An-Archaea-2021Sono passati dieci lunghi anni dall’ultima pubblicazione in full lenght degli Amusement Parks On Fire, ma bastano i primi due brani del nuovo LP,  An Archaea, su EGB Global, per riprendere subito il filo del discorso, esattamente là dove lo avevamo lasciato nel 2010, in quel Road Eyes che l’influente Alternative Press definì un album quasi perfetto.

Nata come impresa eremitica di Michael Feerick, descritto dal New Musical Express come genio adolescente edonista, la band esordisce nel 2004 con l’album omonimo rilasciato dall’etichetta Invada di Geoff Barrow (Portishead, Beak>), per proseguire con una serie di acclamati singoli concettuali, la conquista di una buona notorietà a livello internazionale, l’atterraggio a Los Angeles dove appunto nasce Road Eyes e poi, di colpo il nulla cosmico, una moratoria auto imposta per ragioni mai rivelate conclusa nel 2017 con il singolo Our Goal To Realize seguito dall’EP All The New Ends, dal tour europeo del 2018 e la promessa di un nuovo lavoro, questo, realizzato interamente nel bunker sotterraneo The Pentagon di Nottingham.

An Archaea ha tutte le carte in regola per soddisfare le aspettative dei vecchi fans ma anche per stuzzicare la curiosità di chi per la prima volta si avvicina alla musica degli Amusement Parks On Fire, bravissimi nel fondere le sonorità più diverse, dallo shoegaze di base al post rock latente, dall’approccio alt rock alle svisate dream pop, in uno stile esclusivo, riconoscibile e molto lontano dalle definizioni univoche.

Il sipario si apre su Old Salt, brano circolare a mezz’aria tra reverie e rumorismo estremo facilmente accomunabile ai leggendari muri di suono dei My Bloody Valentine dove emergono voci ovattate con relativi cori di rifinitura.

No Fission ci incanala in un tunnel di contro tempi concitati che fanno da tappeto a linee vocali convulse, quasi in rincorsa costante, in poche parole i Kings of Convenience distorti e convertiti ad una sorta di post rock progressive.

Quando pensi di aver capito il senso e la direzione del disco, i nostri sparecchiano la tavola e servono un piatto inatteso, Diving Bell, si dimena senza liriche, l’inizio lisergico prende la forma di un denso magma ansiogeno interrotto bruscamente per far spazio a Breakers, dominata da ritmi relativamente serrati, schitarrate chiassose, arpeggi melodici e di nuovo quella voce onirica perfettamente centrata in una splendida apertura che profuma del dream pop più tradizionale reso impuro da incredibili vagiti post rock.

Ma le sorprese non sono ancora finite, Aught Can Wait, indefinibile ed inquieta, sembra una torta di compleanno, di quelle buone riempite con panna e cioccolato, si gustano tutti i sapori spesso in netta contrapposizione tra di loro, la dolcezza di alcuni istanti muore tra le braccia di chitarre abusate da inspiegabili virtuosismi, la velocità di esecuzione su tempi dispari si scioglie in un passaggio centrale che accappona la pelle.

Atomised prosegue nello stesso mood frenetico mentre le due tracce di chiusura sono davvero poco centrate, la title track di beatlesiana memoria, pur condita di uno splendido piano, non convince affatto, stesso dicasi per Blue Room, pseudo ballad priva di qualsiasi intenzione.

Nota di merito a Boom Vang, primo singolo estratto accompagnato da un video esplosivo, un tripudio di fiori che sbocciano, coloratissimi come l’universo evocato dalla musica di sottofondo, una sorta di messaggio pieno di speranza, ogni cosa in movimento, in rinascita dopo un lungo inverno (dell’anima?).

An Archaea è vita e morte, libertà e catarsi, cieli stellati e bufere ingestibili, un disco fresco e godibilissimo capace di toccare la sensibilità di un pubblico trasversale, dieci tracce per dieci emozioni forti che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire.

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Elisabetta Laurini
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