A Violet Pine: recensione di Crown Shyness

Se cercate un album in cui si trovino al suo interno tracce di stoner, grunge, rock e post rock e chi più ne ha e più ne metta, Crown Shyness degli italianissimi A Violet Pine fa decisamente al caso vostro.

A Violet Pine

Crown Shyness

rock

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Se cercate un album in cui si trovino al suo interno tracce di stoner, grunge, rock e post rock e chi più ne ha e più ne metta, Crown Shyness degli italianissimi A Violet Pine fa decisamente al caso vostro.

In questo lavoro il trio pugliese mette a fuoco tutte le proprie influenze e dà origine a un piccolo bignami per chi voglia capire come si possano inserire all’interno di un album tante influenze così marcate.

Si parte con il post rock di Rain che ha il merito di non annoiare come accade quando ci si imbatte in band che si accostano a questo genere. Qui, invece, il formato canzone non viene perso di vista ed è un bene, soprattutto perché non si prende il telecomando e si passa al brano successivo che altro non è che Rust, solida e cadenzata traccia in puro stile Tool. Qui gli A Violet Pine cercano di ricordare Maynard e soci, anche se poi le chitarre, soprattutto nel finale, viaggiano su territori molto particolari che non si sposano con gli autori di 10000 Days.

Le atmosfere si rilassano e diventano concilianti con Us, mentre in Heaven In My Desire sembra di ascoltare un gruppo che in Italia pochi conoscono, ma che ebbe successo in America a cavallo dei due secoli: stiamo parlando dei Far che qui vengono ricordati parecchio o anche dei Quicksand, questi ultimi, fortunatamente, ancora attivi.

Se non li conoscete andate a dare un ascolto a questi artisti e ritroverete molti tratti in comune con gli A Violet Pine. Moz# è uno strumentale stranissimo, costruito in origine sul suonare sempre o quasi la stessa nota, salvo poi esplodere nella sua seconda parte.

Am I There Master viaggia su coordinate abbastanza moderate, sebbene i chitarroni siano sempre in primissimo piano, a differenza di Buildings che ha partiture complicate.

Si chiude il cerchio con All These Ghosts che conferma l’ottimo valore di una band che avrebbe tutto per uscire fuori dai confini patri.

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Francesco Brunale
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