Varsovie: recensione di Pression à Froid

Pression à Froid è il nuovo album dei francesi Varsovie. Atmosfere crepuscolari, ritmi nervosi e testi in lingua madre per nove brani che osservano e disegnano le vertigini dei nostri tempi.

Varsovie

Pression à Froid

(Icy Cold Records)

post-punk, dark-rock

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Quando le omologazioni rimangono a debita distanza, quando un sound si riconosce al primo ascolto, quando una band sceglie di esprimersi nella propria lingua escludendo a priori le comuni regole di mercato, possiamo affermare con certezza di aver incontrato un unicum.

Parlo dei Varsovie, nati a Grenoble nel 2005 dal talento di due ispirati musicisti, Arnault Destal (batteria, testi, musica, direzione artistica) e Grégory Catherina (voce, chitarre, musica) che in pochi anni hanno collezionato un EP, cinque full-lenght e una serie infinita di live in tutta Europa.

A due anni di distanza dall’ultimo, acclamato, L’ombre et la Nuit i nostri tornano con Pression à Froid, nuovo album su Icy Cold Records registrato in Bretagna lo scorso gennaio.

Più diretto e meno introspettivo del precedente il disco esplora dinamiche inedite, l’approccio è più sanguigno, l’inserimento delle tastiere regala colori inattesi mentre i testi in lingua madre si prestano a doppie chiavi di lettura ma il temperamento  rimane lo stesso così come il suono teso e compatto in pieno stile post-punk/dark rock.

Le nove tracce incluse osservano, descrivono e riformulano gli smarrimenti del nostro tempo attraverso figure emblematiche, atmosfere cupe, inestricabili crisi interiori, suggestioni crepuscolari e immagini in bianco e nero (cifra stilistica dei Varsovie) in un eterno chiaroscuro magnetico dal quale filtrano le storie, le vite e i sentimenti dei vari protagonisti.

L’intenso viaggio sonoro è dominato dalla strepitosa batteria di Arnault Destal e dal carisma vocale di Grégory Catherina sempre in bilico tra eccellenti spoken word e grida viscerali, ruvide e penetranti.

Viaggiano su ritmi vorticosi e febbrili Structure, divagazione attorno al sosia emblematico di Franz Kafka e all’esperienza vertiginosa del personaggio K. ne Il Castello, Perspective Nevski, primo singolo estratto ispirato alla frase finale dell’omonimo racconto di Gogol che risuona come una metafora dell’attuale situazione geopolitica e Pochodeň číslo jedna (torcia numero uno in ceco) ovvero la firma dello studente Jan Palach datosi fuoco a Praga nel 1969 come protesta all’invasione del suo paese da parte delle truppe sovietiche.

E ancora Une Force Dehors, brano paradossale sull’angoscia che ci paralizza quando tutto ci spinge verso l’ignoto, Synesthésie, fenomeno già evocato da Rimbaud, Baudelaire e perfino Kandinsky, in cui sono involontariamente associate le nostre capacità sensoriali e la title track, una messa in scena simile a quella di un film noir per evocare la prostrazione tipica che si prova dopo aver cercato mille soluzioni ad un problema e ci si accorge di non avere risposte.

Ma la mia preferita è Artefacts con il suo incedere marziale, il suo magico alone  malinconico, gli stop and go clamorosi e la batteria ricca di svisate repentine e controtempi da manuale, il racconto di quanto ogni essere umano si illuda di ammansire le angosce dovute allo scorrere del tempo per mezzo di assurdi stratagemmi è a dir poco commovente.

Pression à Froid chiude con The Ghost of Kyiv, nome di un ipotetico asso dell’aviazione ucraina apparso il 24 febbraio 2022 nel primo giorno dell’offensiva di Kiev che grazie alle sue imprese è divenuto leggenda metropolitana, un vero e proprio simbolo per il suo popolo, qui la  veemenza strumentale tipicamente dark rock cede spazio ad una sola voce quella di una donna ucraina rifugiata in Francia che declama l’inno di Stepan Charnetsky “Oi u luzi chervona kalyna”.

I Varsovie sono unici nel panorama internazionale proprio perché scarni, asciutti, torbidi e profondamente cerebrali, i Varsovie conquistano con una passione abbagliante e contagiosa, i Varsovie sono tornati ed è impossibile non accorgersene.

 

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