Varsovie: recensione di L’ombre et la Nuit

L'ombre et la Nuit - il nuovo album dei Varsovie - viaggia su ritmi serrati complici di una batteria maestosa, precisa e tagliente, capace di trasformare in deflagrazioni uditive il male di vivere tra ambientazioni claustrofobiche.
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Varsovie

L’ombre et la Nuit

(Icy Cold Records)

post-punk

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Varsovie L'Ombre et la Nuit recensioneChi ancora si ostina a pensare che l’inglese sia l’unico idioma possibile da sposare alla musica è certamente molto lontano dalla verità, almeno dalla mia. A ricordarcelo, smentendo qualsiasi tipo di postulato in merito, arrivano i Varsovie, vero e proprio baluardo della scena post-punk/dark-rock francese con un lavoro interamente cantato in lingua madre.

Il travolgente duo, Arnault Destal (batteria, testi) e Grégory Catherine (voce, chitarre), formato nel 2005 a Grénoble, torna infatti sulla scena con il quarto full-lenght della carriera, L’Ombre et la Nuit  su Icy Cold Records, un disco affascinante, profondo, oscuro, denso e terribilmente malinconico, dedicato alla memoria di Francis Giauque.

Lo scrittore e poeta elvetico visse una vita breve e drammatica, intorno ai vent’anni cadde in una insormontabile crisi esistenziale fatta di solitudine, dolore ed asfissia interiore, poi un susseguirsi di anni bui spesi tra ospedale psichiatrico, medicine, droghe, alcool e depressione che lo condusse al suicidio a soli 31 anni, la notte tra il 12 e il 13 maggio 1965,  non prima però di aver pubblicato due raccolte; Parler Seul (1959) e L’Ombre et la Nuit (1962).

Il sincero tributo dei Varsovie è un tentativo meravigliosamente riuscito di tradurre in musica la violenza evocativa e lacerante del poeta maledetto, grazie ad un post-punk condito di strumenti a corda schietto ed autentico capace di suscitare emozioni fortissime.

L’orchestrazione concettuale, dove risiedono dieci tracce di estrema potenza visiva e sonora, esprime in modo netto, malessere interiore, rabbia repressa e disperata ricerca di verità.

L’ombre et la Nuit viaggia su ritmi serrati complici di una batteria maestosa, precisa e tagliente, capace di trasformare in deflagrazioni uditive il male di vivere tra ambientazioni claustrofobiche, aperture improvvise, descrizione di loop mentali deleteri, domande profondissime sulla natura umana e dubbi leciti sulle possibili vie d’uscita.

A chiudere il cerchio la voce irresistibile di Grégory Catherine in costante bilico tra spoken word e grida viscerali e i testi cupi, intimi e minuziosi che fanno venir voglia di prendere di nuovo in mano il vocabolario francese per gustare le sfumature di ogni singola parola, traccia dopo traccia vengono riformulate le vertigini del nostro tempo attraverso figure emblematiche, atmosfere crepuscolari e crisi ascetiche.

Su tutte spicca l’indomabile title track, un brano perfetto governato da una batteria metronomica e un giro di chitarra da tregenda a cui volendo, si possono accostare le immagini del video, asciutto e minimale, girato in cantina durante il lockdown.

Stesso dicasi per gli altri due videoclip concepiti per la trascinante Magnitizdat, fermo immagine su un registratore a nastro mentre la vita scorre inesorabile e Kissa Kouprine, ennesima corsa a perdifiato sul pentagramma resa eterna dalla figura di una donna/ombra di sé stessa.

Se Spectres mostra margini di dolcezza grazie ad una sensuale voce femminile in netto contrasto con l’aggressività del brano, Série Noir affonda nelle sabbie mobili della desolazione più estrema, mentre la straordinaria L’Offensive, si affaccia morbida con l’incedere di una ballad per esplodere poi in una furiosa battaglia sonora sorretta dalla magistrale sezione ritmica.

Con Evelyn McHale torna il tema del suicidio, di nuovo ci si interroga sui pensieri opprimenti che devono aver provocato nella donna la necessità di togliersi la vita, una tranquilla impiegata contabile che un giorno decide di gettarsi dal ponte di osservazione dell’86simo piano dell’Empire State Building diventando, suo malgrado, un’icona mondiale a causa della foto scattata da Robert Wiles quattro minuti dopo la tragedia.

Assurdo pensare che Evelyn avrebbe voluto invece l’esatto contrario, nel suo biglietto di addio aveva scritto Voglio che nessuno, dentro o fuori la mia famiglia, veda alcuna parte di me.

Con L’Ombre et la Nuit i Varsovie hanno conquistato tutti i miei sentimenti, mi sono innamorata della loro straordinaria forza evocativa, della loro costante percezione in bianco e nero, dell’analisi interiore scavata fino all’ultima soglia d’accesso e di uno stile esclusivo che non somiglia a nessun altro.

Un disco al contempo gelido e rovente, uno di quelli che induce alla riflessione cambiando per sempre l’approccio personale alla vita stessa, qua dentro non trovate risposte, solo domande, chi non è ancora pronto a guardarsi dentro ne rimanga a debita distanza perché rischia di farsi male, molto male.

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Elisabetta Laurini
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