The View: recensione di Exorcism Of Youth

L'esorcismo di un'eterna giovinezza e l'amore quale unico antidoto alla disillusione dell'oggi: questo e molto altro nel comeback discografico degli indie-rocker scozzesi The View.

The View

Exorcism Of Youth

(Cooking Vinyl)

emo-rock, alt-rock, AOR, indie-rock, elettro-rock

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A distanza di otto anni dal precedente Ropewalk, i The View tornano sulle scene con il loro quinto album in studio intitolato Exorcism Of Youth, anticipato dall’uscita dei singoli Woman Of The Year, Shovel In His Hands, Feels Like e Neon Nights.

Una nuova sfida autorale che l’indie-rock band scozzese – composta da Kyle Falconer alla voce e chitarra, Kieren Webster al basso e cori e Peter Reilly alla chitarra – affronta e confeziona sulla scia di un background compositivo dalle sonorità melodiche (quand’anche melense), effervescenti, energiche e dall’intenso impatto emozionale, allacciandosi con disinvoltura alla freschezza retrò di certe declinazioni alternative rock del nuovo millennio (Paramore, Nothing But Thieves, Kasabian, Sam Fender), tra strumming elettroacustico jangly e ritmiche elettrificate che attingono tanto dal proprio ascendente britannico quanto da quell’heartland-rock d’origine statunitense.

A questo range calligrafico si aggiungono echi di un buggy-style dall’impronta The Charlatans e riverberi chitarristici di un western-folk ballabile (Shovel In His Hands), passando per refrain inquieti e contagiosi dalle atmosfere dreamy alla The War On Drugs (Dixie) e attraverso soluzioni radio-friendly di power ballad AOR, quando in modalità Journey, quando in versione The Killers, quando su falsariga Green Day (Feels Like, Woman Of The Year, Tangled, The Wonder Of It All, Arctic Sun).

Le dodici tracce di Exorcism Of Youth, sia sotto l’aspetto testuale sia per ciò che riguarda la componente atmosfere, si muovono in proiezione introspettiva, su tematiche che ruotano e spaziano attorno a circostanze personali, soffermandosi sulle complicanze relazionali dell’oggi (“I’m living a nightmare not a dream, and it feels like this”) e sulle amarezze di un neorealismo quotidiano che i The View sentono la necessità di trascrivere e condividere.

Ne consegue una presa di coscienza del tutto rinnovata, che trova conforto nella tempra di quelle persone che ci restano accanto nonostante le difficoltà (“you make my problems disappear, you say the words I wanna hear”) e asseconda la necessità di allentare quel nodo stretto, quand’anche asfissiante, intorno a certe dipendenze affettive e all’anestesia dei ricordi. Esiste, dunque, uno spazio connettivo e metaforico che prende forma tra il buio naturale dell’ambiente e le luci artificiali delle insegne luminose al neon (“these neon lights are heavy, they’re like laser beams, cutting up a city”), quasi a creare un luogo inedito, immaginifico e terapeutico.

Così, nel tentativo di scacciare le presenze malefiche di questo eterno presente aggrappato alla promessa effimera di un’eterna giovinezza, dove realtà e apparenze si scambiano spesso di ruolo generando sinonimi come inganno e illusione, i The View utilizzano l’amore quale elemento catalizzatore ed equilibratore di quelle incertezze emotive legate alla fase dei cambiamenti, cercando di mitigare il rimpianto di essersi smarriti nei nebbiosi campi delle paranoie, delle incomprensioni, e chiamando a raccolta quelle forze interiori indispensabili per voltare pagina e che un nuovo viaggio richiede.

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