The Turin Horse: Recensione di Unsavory Impurities

Avete presente quando si dice zero compromessi? Ecco. Unsavory Impurities dei The Turin Horse.

The Turin Horse

Unsavory Impurities

(Reptilian Records (USA), Invisible Order Records (ITA))

Noise, Sludge, Psychedelic, Experimental, Harsh Noise, Sberle

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La copertina di Unsavory Impurities, insieme ai primi venti secondi di ascolto, ci avvisano che l’album d’esordio dei The Turin Horse (prima solo un EP del 2018) sarà qualcosa di molto disturbante.
Chiariamo, infatti, da subito che serve uno stato d’animo adatto per ascoltare il nuovo disco di Alain Lapaglia e Enrico Tauraso.

Registrato in appena 3 giorni, tradisce in senso buono, tutta la sua urgenza espressiva. Modo di dire, questo, troppo spesso abusato, ma che invece questa volta descrive perfettamente cosa è successo. Il disco si muove in ambito “Noise, Sludge, Psychedelic, Experimental, Harsh Noise, Sberle” (sì Sberle…preso direttamente dal comunicato stampa che accompagna il disco). Con queste premesse non può essere un ascolto tranquillo.

Dopo The Maximum Effort for the Minimum Result, titolo quanto mai azzeccato per questa intro che già di suo raderebbe al suolo tutto, arriva il primo pezzo vero e proprio Sixty Millions Blues: la devastazione sonora e la destrutturazione è pressoché totale.
Fatto salvo lo stacco dai 46 ai 55 secondi, che vagamente ricorda il landscape sonoro che tormenta Disorder dei Joy Division e che altrettanto vagamente la collega al mondo reale, sembra essere uscita da un’esplosione di rabbia, figlia di se stessa.

Ma è solo con The Regret Song, terza traccia, che si afferra definitivamente la portata del disco che seguirà. Perché sì Caos. Perché sì ordine quanto basta che, paradossalmente, enfatizza ancora di più il Caos. Ma anche progressione. Il lavoro è progressivo. Se non propriamente Prog, lo è nell’organizzazione sistematica di alternanze di tempi, figurazioni e ancora urgenze espressive. Indubbiamente il pezzo che meglio racconta tutto il disco insieme a Necessary Pain.

A metà disco, Birds Sing a Death Song. Un altro intermezzo strumentale ancora più distopico e alienante di quello che apre il disco; così giusto per rifiatare e riposarsi.

L’ascolto riprende a spron battuto con The Light That Failed ma il suo lento scivolare dentro Where the Seeds Can’t Take Root, ci avverte che qualcosa sta cambiando. Lentamente le atmosfere si diradano e l’aggressione cede il passo alla ricerca sonora che sonda nell’insondabile.

Tutta questa preparazione, si capisce solo dopo, serve per arrivare ad Hybris, che con il contributo di Alessandro Cartolari al Sax Baritono, assesta un colpo profondissimo e impenna la quotazione del disco di un fattore 1000. Ancora Caos e ancora destrutturazione ma stavolta in uno strano bilico che risponde ad una semplice domanda che, forse, in pochi si saranno fatti: e se Ornette Coleman suonasse nel primo album degli Stooges?

L’ultima sberla arriva con Tear off the Stitches, che per un momento ricorda i King Crimson più cattivi, salvo poi diventare ancora più cattiva.

Un disco che ha richiesto tanti ascolti per essere recensito a dovere, o almeno credo. Interessante ma faticoso. Proprio la fatica non lo rende un disco da tutti i giorni e intacca di poco la quarta stella, che per impegno e perseveranza sarebbe tutta, tutta guadagnata.
Che rabbia….

Ascolta l’abum su Youtube

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