The Cure live in Roma, 11 ottobre 2008: anteprima 4:13 dream

Prime impressioni dall'ascolto integrale, in concerto, del nuovo album di Robert Smith e soci.

The Cure

Roma, Piazza San Giovanni, 11 ottobre 2008

live report

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I Cure gratis, a Roma, a San Giovanni, pagati da Coca Cola e MTV. Una storia che ha dell’incredibile, perché fino all’ultimo non ci credeva nessuno, poi il solito inseguirsi di voci che davano in scaletta tre o quattro canzoni; e invece il sito ufficiale dei Cure che pubblica che è previsto un set di almeno un’ora, con l’esecuzione del nuovo album per intero.
E poi … arrivare alle 20 e scoprire di arrivare con facilità sotto il palco, a dispetto della folla disumana che più tardi riempirà all’inverosimile la piazza; e i Cure: un’ora e quaranta di spettacolo incendiario e generoso.

Per godermi tutto questo mi sono dovuto sciroppare gli Zero Assoluto, che non s’è capito se ci fanno o ci sono: se gridi “su le mani” e ti fiorisce davanti una distesa di medi alzati, con espliciti inviti a infilarteli lì dove non batte il sole, e dopo qualche minuto ripeti l’invito, e poi ancora, … ci sono solo poche possibilità: o non ci vedi o il dito medio ti piace!

Per fortuna che prima almeno c’era Giuliano Palma con i suoi Bluebeaters; non che il suo genere sia il mio forte, ma almeno è un rocksteady suonato con eleganza e divertente.

Del Dj set del tastierista dei Negramaro arriva pochissimo a causa del volume troppo basso del second stage, quello da cui nel pomeriggio si sono esibiti un po’ di emergenti e consente di intrattenerre il pubblico durante gli elaborati cambi di strumentazioni sul palco principale.

John Legend è giustamente l’idolo soul delle nuove generazioni e tantissimi stranieri oggi sono qui in piazza per lui, cantano a memoria le sue canzoni e abbandonano le prime file subito dopo la sua oretta di concerto. Gran voce, grande band di dieci elementi, sguardo truce a fulminare il pur bravo bassista (colpevole di aver perso una battuta sul finale), coreografie perfette. Insomma, John Legend ha talento da vendere e s’è guadagnato i meritatissimi applausi.

La piazza, tranne qualche decina di fans sotto il second stage, non s’è per niente scomposta per il bruttissimo set di Marracash. Una sequenza di bassi e pulsazioni con sopra una valanga di parole e un po’ di “eeeeeehhh” – “ooooohhhhh” vomitati da una tribù di rappers solo lontanamente scimmiottanti i loro colleghi americani. Una cosa davvero penosa e imbarazzante.

Ma i tantissimi arrivati da tutta Italia sono qui per i Cure, che alle 23 puntualissimi arrivano per un set diviso in due parti: circa un’ora per suonare per intero l’imminente 4:13 Dream e una quarantina di minuti per un greatest hits con qualche sorpresa.

Eccoli sul palco: Gallup con giubotto di pelle e ciuffo da rockabilly, Cooper con i capelli sparati come al solito e (più del solito) concentratissimo, Thompson con tacchi da 10 cm e gonnellino d’ordinanza (sarà lui a smazzarsi con le sue chitarre il grosso dello show) e Robert Smith, ancora più ingrassato del solito (o almeno particolarmente gonfio in faccia, forse per gli abusi alcolici dell’ultimo tour mondiale, conclusosi poco tempo fa), tutti acclamati da una vera e propria ovazione.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di cavare qualcosa da l’ascolto “secco”, e per di più dal vivo, delle nuove canzoni.

La paura era più forte della curiosità. Avevamo sentito già i quattro singoli usciti nei mesi scorsi e qualcosa dal vivo a Roma lo scorso febbraio e … la paura che il nuovo album dei Cure fosse una specie di pietra tombale sopra una carriera luminosissima (seppure tra alti e bassi) era fortissima.

Senza mezzi termini, tutto quello che avevamo sentito di 4:13 Dream faceva abbastanza schifo. E invece … qualcosa si salva.

L’apertura del concerto è per Underneath the Stars, “solita” lunga intro strumentale prima dell’arrivo del cantato e atmosfere epiche adatte alle aperture dei concerti. The Only One la conoscevamo già e dei quattro singoli forse è il meno peggio, seppure è una minestra riscaldata.

Si prosegue con The Reason Why, canzone dimenticabilissima seppure non meriterebbe di essere cacciata definitivamente dalla nostra memoria, come invece Freakshow che, ben più cattiva dal vivo che su disco, fa ricordare i peggiori Cure del periodo The Top (?!?!). Sirensong, caratterizzata da chitarra acustica e da slideguitar, è una ballatona che rimandiamo ad ascolti successivi, The Real Snow White sembra un po’ involuta e suona un po’ come se fosse estratta dal precedente album in studio dei Cure, il loro omonimo del 2004.

The Hungry Ghost non rappresenta nulla di nuovo ma ci ha colpito per la sua falsa aria da ballatona, mentre invece nasconde ben altro piglio. Switch ci riconcilia con quest’album (finalmente!) che – per quanto abbiamo sentito – prende il volo solo quando i Cure decidono di buttarla in acido, ovvero quando l’irruenza delle chitarre prende il sopravvento su la mesta aria di chi sa di essere rimasto senza tastiere e si ostina a fare finta di niente.

The Perfect Boy è già cantata a memoria dalle prime file, ma – ancora una volta – è una sbobba riscaldata. This. Here and Now. With You rimanda direttamente ad almeno altre dieci canzoni dei Cure, mentre Sleep When I’m Dead guadagna tantissimo nel trattamento live, ruggendo molto di più e rifacendoci piombare – come per magia – nelle atmosfere dei primissimi anni ’80. The Scream e It’s Over sono le ultime due canzoni di questa prima parte: arrivano come una iniezione di vitamine (in tempo?) a risollevare le sorti dell’ascolto di un album che sin da ora ci perplime parecchio ma che, ovviamente, andrà ascoltato con calma e concentrazione.

La seconda parte del concerto è composta da dieci canzoni “storiche” dei Cure, scelte tra gli episodi più pop della band: Lullaby soffre terribilmente dell’assenza delle tastiere, ma è l’unica canzone tra quelle scelte per mandare in brodo di giuggiole il pubblico e per scatenare il pogo delle prime file: Fascination Street, Wrong Number, The End of the World, The Walk (con l’intro di batteria modificato e semplificato), Lovesong, Friday I’m in Love, In Between Days, Just Like Heaven e Boys Don’t Cry sono dei cavalli sicuri su cui scommettere e garantiscono il divertimento dei nostalgici dei Cure della prima ora e delle nuove leve di fans.

4:13 Dream esce fra due settimane: questo showcase di lusso non ci lascia certo ben sperare, seppure ci ha lasciato intravedere qualche spiraglio, qualche canzone salvabile in mezzo a un flusso sonoro che rimesta nel passato (glorioso) di una band che (solo stavolta?) sembra aver ben poco più da dire. Luci (psichedeliche) e ombre (nere come la pece), quindi. Il futuro è assolutamente incerto.


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Massimo Garofalo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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