The Arboretum: la recensione di Falls The Shadow

Gli Arboretum hanno concepito un capolavoro - Falls The Shadow - che dapprima mi ha stupita, poi ingoiata in un tunnel di sensazioni indicibili dal quale mi rifiuto di uscire se non sotto minaccia.
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The Arboretum

Falls The Shadow

(Luminol Records)

industrial

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recensione The Arboretum - Falls The Shadow (2021)In status di cattività da lockdown, gli statunitensi Arboretum hanno concepito un capolavoro – Falls The Shadow – che dapprima mi ha stupita, poi ingoiata in un tunnel di sensazioni indicibili dal quale mi rifiuto di uscire se non sotto minaccia.

È ormai passato un anno dall’inizio della pandemia, un anno purtroppo capace di distruggere le nostre certezze, sgretolare i nostri progetti, relegare in un angolo ogni nostro desiderio. Un anno passato a rincorrere l’illusione di giorni migliori, durante il quale ci siamo sentiti soli e perduti, lontani dalla normalità quotidiana, dagli abbracci dei nostri affetti, un anno di sospensione totale in attesa di riprendere i ritmi consueti malgrado la digerita consapevolezza di un futuro molto diverso da come lo vorremmo.

Paradossalmente però, questo disarmante lasso di tempo ci ha costretti ad una ricerca smodata di spiritualità e coscienza, gli artisti in particolare, eletta schiera di anime introspettive e profonde, hanno continuato senza sosta a lavorare sulle proprie percezioni creative, spesso esternando pensieri cupi e poco rassicuranti ma sempre legati ad un unico denominatore comune, la riflessione personale volta ad una più ampia analisi antropologica.

Il disco degli Arboretum è stato registrato interamente durante il lockdown, nello stesso momento in cui il mondo intero lottava con una sterminata mole di notizie, reali e fittizie, sommata ai temi dell’emergenza climatica, delle nuove verità con cui dover necessariamente fare i conti, delle ingiustizie politiche, dei sogni infranti e degli incubi distopici sempre più presenti.

Falls The Shadow racconta con una ispirazione e una grazia fuori dal comune il nostro qui ed ora, riflessi davanti ad uno specchio che ci ricorda come eravamo e cosa potremmo ancora essere, a tratti cupo e terribilmente malinconico lascia comunque spazio alla speranza, alla illusione di un amore totale sprigionato dal vortice irrefrenabile di una tempesta distruttiva e funesta.

La poetessa, scrittrice ed ambientalista Margret Attwood afferma: Credo che non ci possa essere luce senza ombra, o meglio, nessuna ombra a meno che non ci sia anche luce (The Handmaid’s Tale) ed è proprio questo il concetto base del full-lenght, costruito essenzialmente intorno all’idea di speranza ricercata senza sosta nell’oscurità dei nostri tempi.

Attraverso un muro di suono granitico carico di chitarre aspre e fragorose, giri di basso impuri ed ombrosi, ritmi elettronici simil industrial e stratificazioni varie su un groove rock-dance irresistibile, gli Arboretum dipingono incubi repressi, paure inconfessabili, inquietudini affannose ma anche fulgide illuminazioni e visioni oniriche sorprendenti.

Si parte con Bone-Saw, atmosfera apocalittica, tappeto sonoro electro/industrial, incastro di voci impeccabile ed apertura da manuale, stesso dicasi per la successiva Cortex nella quale si respira la medesima aria malsana addolcita solo in alcuni passaggi, chi ha paragonato questo tipo di espressione melodica all’urlo di Munch ha perfettamente centrato il bersaglio, due tracce che tolgono il fiato.

Parallaxis alza notevolmente il ritmo, si viaggia su un bus elettronico a tutta velocità e senza cinture di sicurezza per ritrovarsi eccitati e grondanti di sudore nelle sabbie mobili della title track, uno dei momenti più intensi dell’intero lavoro, la voce lontana ma incredibilmente evocativa galleggia su un manto armonico che profuma di post rock, le percussioni incalzanti e la chitarra estatica fanno dell’arrangiamento un vero gioiello.

Poi arriva Absence Of Light e annienta tutto il resto, l’incedere ombroso delle prime battute dove si arranca, feriti, su una distesa sabbiosa irta di spine, lascia spazio ad un chiarore tangibile e insperato, linee vocali sublimi per uno squarcio armonico dove fiero si staglia il languido lamento della chitarra.

Se Liquid Planet ci immerge in uno psycho beat lisergico con tanto di spoken word alternato alla tecnica vocale di Dave Heumann gli ultimi minuti sono invece affidati allo struggimento di tre ballad superlative, tra cui spicca Emergence che ha lo stesso sapore tribal noir dei Woven Hand di David Eugene Edwards.

Gli Arboretum ci indicano una strada impervia e pericolosa, quella della introspezione come unico mezzo per raggiungere di nuovo la luce. Non abbiate paura di tuffarvi in questo marasma di emozioni, ne uscirete più forti e solidi di prima perché la grande bellezza esiste ed è racchiusa nei nove paragrafi di un libro prezioso chiamato Falls The Shadow.

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Elisabetta Laurini
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